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L'editoriale/ Le proteste e la crisi del sindacato

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

La crisi della rappresentanza politica sta travolgendo tutte le istituzioni degli Stati di democrazia liberale. Una generalizzata perdita di fiducia che dipende dal venir meno del consenso di un...

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La crisi della rappresentanza politica sta travolgendo tutte le istituzioni degli Stati di democrazia liberale. Una generalizzata perdita di fiducia che dipende dal venir meno del consenso di un sempre più largo strato della popolazione, delusa dalla incapacità di realizzare le promesse che ne avevano alimentate le speranze.
 Nell’attuale tormentato scenario geopolitico questo diffuso senso di sfiducia va crescendo, alimentato dalla mancata crescita costante del benessere, che aveva garantito la coesione sociale: gli anziani vedono ogni giorno ridursi il proprio potere di acquisto, mentre i giovani si trovano a dover affrontare la prospettiva di vivere peggio dei propri genitori. Ne è nato un conflitto intergenerazionale che trova l’unico punto di convergenza nella protesta nei confronti dei governi e del potere costituito.
Il tutto in una fase in cui l’esplosione degli strumenti di comunicazione marca ancor di più il conflitto tra le generazioni e sostituiscono il vecchio sistema “mediato” con un individualismo autoreferenziale. Ecco, dunque, che anche quelle “formazioni sociali”, i corpi intermedi, alle quali l’articolo 2 della nostra Costituzione ha affidato la funzione fondamentale di costituire una sorta di collante tra l’organizzazione pubblica e i bisogni collettivi della popolazione, non potevano non essere travolte dalla crisi e rischiano di non essere più in grado di rappresentare neppure i loro stessi appartenenti.
Basti considerare quanto sta avvenendo nel settore dell’autotrasporto.
Occorre premettere che in Italia è sempre mancato un vero sistema concorrenziale tra il trasporto su ferro e quello su gomma. Non è questa la sede per spiegarne dettagliatamente i motivi, che dipendono in primo luogo dall’orografia del nostro Paese e forse, non secondariamente, dalla presenza in passato di una importante industria automobilistica. Così che, ancora oggi, oltre il 90 per cento dei beni destinati ai siti produttivi e al consumo sono movimentati su gomma.
Fino a poco tempo fa’ il sistema del trasporto su gomma si era retto sugli interessi convergenti dei produttori di camion, delle case petrolifere e degli autotrasportatori. Anche in passato si assisteva periodicamente a qualche tensione ed a scioperi, ma il tutto rientrava rapidamente dopo le assicurazioni del governo di turno di prorogare il sistema di tariffe agevolate del combustibile. Oggi l’industria dei mezzi pesanti non è più italiana ed il prezzo del petrolio dipende dall’andamento dei conflitti in atto. Gli autotrasportatori sono rimasti soli. Comprensibile, dunque, che la loro reazione sia molto più rabbiosa e territorialmente differenziata che in passato.
Infatti, la struttura del sistema di autotrasporto si è andata profondamente modificando, e così l’attuale protesta. Se al Nord, dove operano prevalentemente vettori stranieri e grandi imprese, il trasporto delle merci si è mantenuto quasi costante, al Sud, dove la gestione è affidata prevalentemente a piccoli imprenditori, i cosiddetti “padroncini”, il blocco è stato pressoché totale.
La diversa dimensione ha discriminato le imprese più piccole: mentre le grandi sono in grado di mantenere un livello di liquidità sufficiente a garantire il proseguimento della loro attività anche in una fase di difficoltà, i piccoli imprenditori, che spesso conducono loro stessi il camion, non dispongono di riserve per far fronte a momenti di bisogno. Una realtà che rappresenta plasticamente le condizioni della struttura imprenditoriale del nostro Paese: poche grandi imprese ed una miriade di piccoli imprenditori.
Una differenza di condizioni operative assai marcata, dunque, alla quale nel passato si ovviava grazie alla solidarietà di categoria assicurata da una robusta gestione del sindacato di comparto. Oggi, invece, come è evidente, ognuno tende a fare per sé. E anche se la recente riunione di Palazzo Chigi con i sindacati di categoria è stata affollata, alla fine è toccato al governo trovare il bandolo della matassa.
Se questa è l’indicazione che emerge in un momento tanto drammatico, si potrebbe arguire che anche nel futuro e in altre occasioni si potrà verificare uno scenario analogo: la diaspora della mitica unità sindacale che, nel bene o nel male, ha comunque assicurato un accettabile livello di tenuta democratica del Paese. Lo stiamo constatando già oggi con la decisione della Cisl di non partecipare a uno sciopero annunciato dalla Cgil, poiché scioperare contro una manovra finanziaria che ancora non è stata scritta non rappresenta l’esercizio di un diritto sindacale, ma un atto politico.
D’altronde, in un’epoca in cui il lavoro non si svolge più nelle fabbriche, la perdita di rappresentatività del sindacato come soggetto autonomo rispetto alla politica è una conseguenza che ci si può attendere. Come è ragionevole anche attendersi che i sindacati possano essere costretti a cambiare pelle, anche perché rischiano di essere soppiantati dai social. Molti potrebbero gioire, e, se si guarda ai numerosi errori del passato, sarebbe anche condivisibile, ma la nuova realtà rappresenta la fine di quel modello di economia sociale di mercato, che ha guidato la crescita dell’Europa continentale. Senza che sia stato ancora individuato una valida alternativa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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