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L'editoriale/ Le proteste in Europa e la chimera del welfare

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

Dopo la Francia e la Spagna, le proteste stanno toccando l?Italia. Ma prima era accaduto negli Stati Uniti, in India, in Giappone. E in altri paesi di vari continenti. Ma proteste contro che...

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Dopo la Francia e la Spagna, le proteste stanno toccando l’Italia. Ma prima era accaduto negli Stati Uniti, in India, in Giappone. E in altri paesi di vari continenti. Ma proteste contro che cosa o per che cosa?

Difficile individuare un denominatore comune. In Spagna il detonatore è il problema della casa (molto aggravato dalle politiche migratorie di Sanchez), in Francia è la scuola, in India sono le irregolarità nelle prove di ammissione a medicina, negli Stati Uniti la protesta contro le politiche di Trump, in Giappone la postura non pacifista della nuova premier Takaichi. E in Italia? In Italia la protesta, ancora contenuta in termini di partecipazione dei normali cittadini (ma violentissima a Milano, vittima di devastazioni e saccheggi ad opera di non pochi violenti e criminali), sembra riguardare soprattutto il caro carburante, gli affitti, il costo della vita, tutte emergenze messe in conto al Governo.

La simultaneità di alcune esplosioni (specie in Spagna-Francia-Italia) può spingere a cercare chiavi di lettura generali. Ma esiste qualcosa che unifica davvero le varie proteste?

Se guardiamo ai contenuti dominanti nelle varie piazze nazionali si direbbe di no. Casa, scuola, inflazione, Gaza sono temi piuttosto eterogenei, unificabili solo su basi ideologiche (“è colpa del capitalismo”). La sincronia delle proteste sembra favorita, semmai, dalla sempre maggiore internazionalizzazione dell’opinione pubblica, a sua volta promossa da internet e tv. In un mondo che è sempre più interdipendente, sarebbe strano che i conflitti che scoppiano in varie parti del mondo non tendessero a rimbalzare da un paese all’altro, specie all’interno di aree culturalmente affini (Europa, paesi occidentali).

E tuttavia resta la domanda: da dove proviene questa recente risorgenza del conflitto di piazza?

Una possibile risposta è che, negli ultimi anni, complici le molte crisi che abbiamo attraversato e stiamo tuttora attraversando, si sono incrociate e fuse alcune percezioni altamente foriere di conflitto. Innanzitutto la sensazione che i problemi che stanno complicando le nostre vite – guerra, costo della vita, clima, pandemie – non siano affatto in via di soluzione, ma semmai di aggravamento. A differenza che in crisi passate, non scorgiamo la luce in fondo al tunnel. Quanto ai nostri figli, siamo convinti che, mediamente, staranno peggio di noi e vivranno in un mondo più turbolento.

C’è però anche un secondo aspetto che alimenta il disagio, e che in qualche (per ora piccola) misura sfocia nelle piazze: l’aspettativa che sia la politica a risolvere i nostri problemi, perché noi siamo impotenti, scoraggiati, e tutto sommato vittime. È questa una grande differenza con il passato, un tempo nel quale alla politica si chiedeva di collaborare con i nostri sforzi, piuttosto che sostituirsi a noi stessi.

Quel che sembra del tutto scomparso, nelle percezioni delle opinioni pubbliche occidentali, è che determinati – talora drammatici – problemi del welfare odierno, sempre meno capace di tenere dietro alle richieste dei cittadini, non sono alla portata dell’azione politica. Il gap fra ciò che vorremmo e ciò che gli Stati possono offrire dipende anche dal drastico rallentamento della crescita e dalle scelte di politica economica che noi stessi – proprio in nome del welfare – abbiamo favorito in passato, prima fra tutte quella di indebitarci oltre ogni ragionevolezza e di destinare alle pensioni una quota esorbitante della spesa pubblica.

Se quelle scelte fossero state diverse, oggi avremmo – ogni anno – almeno 100 miliardi in più (ben 4 leggi finanziarie!) per affrontare i problemi che quotidianamente denunciamo: sanità, scuola, casa, bassi salari, sicurezza. Si può scendere in piazza fin che si vuole per denunciarne la gravità, ma è fuorviante pensare che, arrivati al punto in cui siamo arrivati, la politica – una buona politica – avrebbe gli strumenti per risolverli.

Mai come oggi torna attuale l’esortazione di John Fitzgerald Kennedy: non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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