Trecentosessanta miliardi di euro. A tanto ammonta il deficit commerciale dell?Unione europea con la Cina. La questione è stata anche al centro del vertice europeo della scorsa...
Trecentosessanta miliardi di euro. A tanto ammonta il deficit commerciale dell’Unione europea con la Cina. La questione è stata anche al centro del vertice europeo della scorsa settimana. Sulla diagnosi i 27 leader sono ormai allineati: lo squilibrio non è più sostenibile. Per Bruxelles i margini si restringono: risultati concreti da Pechino o strumenti commerciali più incisivi. Altrimenti l’Europa rischia di diventare la variabile di aggiustamento della rivalità USA-Cina. Assorbe l’export cinese dirottato dal mercato americano quando le tensioni salgono, e perde spazio e peso negoziale quando Washington e Pechino si accordano.
l dialogo UE-Cina sul commercio e investimenti, venerdì scorso a Pechino, ha abbassato i toni, così come il vertice Trump-Xi del mese scorso. Ma i nodi strutturali restano. Si è comprato tempo, e il tempo, finora, ha lavorato per Pechino. Che cosa ha portato a casa la Commissione?
Il primo, e il più concreto, riguarda le auto. Un’intesa preliminare punta a ridurre di oltre il 50% le esportazioni cinesi di ibride e ibride plug-in rispetto ai volumi previsti per i prossimi quattro anni. Prevede quote contingenti per Paese per un totale di 350.000 auto ibride cinesi all’anno in UE per quattro anni. Guardiamo i numeri. Nel 2025 l’UE ha importato oltre un milione di auto prodotte in Cina, per 13,7 miliardi di euro: il 30% in più rispetto al 2024. La crescita delle ibride è impressionante: da 659 unità vendute nell’UE nel 2022 a oltre 160.000 nei primi sette mesi del 2026, a cui si aggiungono quasi 218.000 ibride plug-in. Ad agosto i marchi cinesi detenevano quasi il 12% del mercato europeo delle auto nuove e circa un terzo delle vendite di plug-in.
L’accelerazione è arrivata dopo i dazi europei del 2024 sulle elettriche a batteria cinesi. I produttori cinesi hanno ripiegato sulle ibride, che i dazi non coprivano. In Italia, le auto prodotte in Cina erano quasi il 15% delle nuove immatricolazioni nei primi sette mesi del 2026. L’accordo potrebbe offrire respiro a Stellantis e alla filiera europea, ma non garantisce una ripresa industriale.
La riduzione è calcolata sulle esportazioni previste, non sui volumi attuali, e mancano ancora meccanismi chiari di verifica. Soprattutto non è solo problema di importazioni visto che i produttori cinesi stanno passando alla produzione direttamente in Europa. La pressione congiunta di Francia e Germania, quattro giorni prima dei colloqui, ha rafforzato la mano negoziale della Commissione. Ma la difesa commerciale non può sostituire una politica industriale.
Il secondo risultato riguarda l’accesso al mercato cinese. Pechino ha accettato di riportare i dazi su alcuni prodotti europei, dai componenti automobilistici all’olio d’oliva e alle calzature, alle aliquote previste dall’Organizzazione mondiale del commercio. La misura interessa quasi 4 miliardi di euro di esportazioni e potrebbe far risparmiare alle imprese europee almeno 225 milioni di euro. Positivo, ma modesto. Il deficit UE è aumentato e potrebbe avvicinarsi ai 400 miliardi nel 2026. Oltre un miliardo di euro al giorno: un livello che Ursula von der Leyen giudica insostenibile.
Il terzo risultato riguarda le materie prime critiche, in particolare terre rare e magneti permanenti. Pechino faciliterà le licenze di esportazione per le imprese europee attraverso un canale preferenziale, il cosiddetto green channel. Il 98% dei magneti a base di terre rare usati in Europa arriva dalla Cina. Nel 2025 Pechino ha già bloccato le esportazioni di terre rare, nel pieno della guerra commerciale con Washington. La dipendenza europea non è più soltanto un costo: è un rischio. E le licenze restano nelle mani di Pechino, e con esse la possibilità di condizionare le forniture. A Busan, nell’ottobre 2025, gli Stati Uniti hanno ottenuto la sospensione per un anno delle nuove restrizioni cinesi e licenze generali per le proprie imprese. Bruxelles ha ottenuto soprattutto procedure più rapide. La differenza sta nella leva: Washington poteva giocare dazi e controlli sui semiconduttori, l’Europa dispone di strumenti che usa ancora poco.
L’accordo di Pechino stabilizza la relazione senza correggerne le asimmetrie. Limitare le importazioni non significa rafforzare l’industria. Facilitare l’accesso alle materie prime ridurre le dipendenze. Ma la risposta europea prende forma. I leader europei chiedono nuovi strumenti “con urgenza”. La Commissione ne propone tre: DiverifyEU, atteso a dicembre per diversificare gli approvvigionamenti strategici; un Meccanismo do solidarietà contro la coercizione economica; e uno scudo commerciale europeo, di ispirazione franco-tedesca, per limitare l’accesso al mercato unico. Il tempo guadagnato vale solo se l’Europa lo usa per diventare più competitiva e meno vulnerabile.
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