La città come organismo culturale. Dal Neolitico all’utopia smart. Biologia dell’urbanesimo di Stefano Serafini, Alessandro Giuliani, Carlo Modonesi…
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La città come organismo culturale.
Dal Neolitico all’utopia smart. Biologia dell’urbanesimo
di Stefano Serafini, Alessandro Giuliani, Carlo Modonesi
Collana Gazzelle, Edizioni Lindau 2026
Pur non provenendo da un ambito tecnico-specialistico dell’urbanistica, la mia attenzione verso il pensiero ecologico mi ha portato ad accogliere con particolare interesse la lettura sistemica proposta dal volume in oggetto.
Avevo letto anni fa la visione di Charles Landry in The art of city making. L’accostamento tra discipline costruttive e ingegneristiche e parole come arte, creatività e cultura aveva a suo tempo suggerito, nella mia lettura, la possibilità di affrontare i contesti urbani attraverso prospettive ibride e multidisciplinari. Vi si trovano risonanze con le concettualità di Jane Jacobs in The Death and Life of Great American Cities (1961), che aveva anticipato alcuni principi oggi riconducibili alla teoria della complessità: tra questi, l’idea della città come sistema dinamico, la cui vitalità emerge dalle interazioni quotidiane e non può essere determinata esclusivamente attraverso una progettazione dall’alto.
Il saggio di Serafini, Giuliani e Modonesi compie un ulteriore passaggio, estendendo questa riflessione attraverso una lettura sistemica e biologica del fenomeno urbano. Se Jacobs aveva evidenziato la complessità delle dinamiche urbane a partire dalle pratiche quotidiane degli abitanti e Landry ha valorizzato la dimensione culturale e creativa della città come processo collettivo, gli autori ampliano questa prospettiva attraverso gli strumenti della biologia dei sistemi e della sociologia, dell’ecologia, della filosofia, degli studi urbani e della salute pubblica.
Gli autori mostrano come le dinamiche urbane non possano essere comprese né governate esclusivamente mediante modelli lineari o tecnologie smart, ma richiedano una lettura che tenga conto dei processi di auto-organizzazione propri dei sistemi viventi (autopoiesi) che possono prendere direzioni diverse, anche distruttive se non gestite secondo una visione globale.
L’idea centrale del volume è contenuta nella definizione della città come “organismo culturale”. La metafora biologica viene utilizzata tanto per assimilarne il funzionamento a quello di un organismo naturale, quanto per suggerire un diverso modo di comprendere il fenomeno urbano: la città vive attraverso le interazioni che si instaurano tra ambiente, comunità, cultura, tecnologia e territorio.
Come ogni sistema vivente, anche la città mantiene la propria identità quale risultato di continui scambi con l’esterno: flussi di energia, materia, informazioni e relazioni sociali. La sua evoluzione non può quindi essere spiegata osservando soltanto singoli elementi isolati, ma richiede la comprensione delle connessioni e delle dinamiche che li uniscono.
Il percorso proposto dagli autori parte dal Neolitico, momento fondamentale della storia umana in cui la sedentarizzazione e lo sviluppo dell’agricoltura favoriscono la nascita dei primi insediamenti stabili. La storia urbana viene letta come un processo di coevoluzione tra uomo e ambiente. L’uomo modifica il territorio attraverso la costruzione della città, ma contemporaneamente la città modifica i comportamenti, le pratiche sociali e il modo stesso di percepire lo spazio. Il paesaggio urbano diventa così il risultato di una relazione continua tra contesto abitato e cultura, superando una visione lineare e meccanicistica della città.
Scrivono infatti:
Considerare la città come un sistema vivente implica innanzitutto il superamento del meccanicismo lineare che, per molti decenni, ha caratterizzato anche gli studi urbani. (Serafini, Giuliani, Modonesi, La città come organismo culturale, p. 147)
Questo passaggio rappresenta un nucleo teorico importante del libro. Anche alcune interpretazioni “organiciste” hanno spesso mantenuto una visione vicina alla macchina, studiando la città attraverso componenti separate: estetica, funzione, economia, dimensione sociale e metabolismo urbano.
Come affermano gli autori:
È nel problema della città, inteso nella sua inscindibile unità sistemica, la quale include la relazione con l’ambiente, che risalta l’intima connessione delle diverse problematiche. (Serafini, Giuliani, Modonesi, La città come organismo culturale, p. 148)
Questa impostazione richiama il pensiero della complessità elaborato da Edgar Morin e la teoria generale dei sistemi di Ludwig von Bertalanffy: un sistema complesso non può essere compreso attraverso la semplice somma delle sue parti, ma attraverso le relazioni, le retroazioni e i processi dinamici che generano nuove configurazioni.
Applicata al paesaggio urbano, ciò permette di superare una lettura puramente descrittiva dello spazio. Il paesaggio non è soltanto ciò che appare visivamente, ma è il risultato di processi ecologici, sociali, economici e culturali che si sviluppano nel tempo.
L’utopia smart e il rischio della città come dispositivo tecnicoUn altro passaggio importante del volume riguarda la riflessione sull’idea contemporanea di “utopia smart”. Gli autori affrontano il tema della smart city interrogandosi sul rapporto tra tecnologia e città.
La tecnologia digitale offre certamente nuove possibilità per comprendere e gestire i sistemi urbani, ma il libro evidenzia il rischio che una visione esclusivamente tecnologica finisca per ridurre la città a un insieme di dati e procedure di ottimizzazione.
Gli autori osservano infatti:
La città diventa un dispositivo funzionale a misurare ed estrarre dati, sfruttando, controllando e plasmando i comportamenti dei cittadini. (Serafini, Giuliani, Modonesi, La città come organismo culturale, p. 128)
Questo passaggio amplia il significato dell’utopia smart: il problema non è la tecnologia in sé, ma il modello di città che essa contribuisce a costruire. Una città realmente intelligente non dovrebbe essere soltanto più efficiente dal punto di vista tecnico, ma maggiormente capace di comprendere la complessità delle relazioni che la costituiscono.
Dal paesaggio all’appaesaggio: una lettura culturale del rapporto tra comunità e territorio
Nella parte conclusiva del volume emerge il concetto di “appaesaggio”, introdotto dall’architetto e pensatore Sergio Los. Questo termine integra la riflessione sistemica perché interpreta il paesaggio non come semplice risultato della trasformazione materiale del territorio, ma come relazione culturale tra comunità e ambiente.
Il verbo “appaesare” indica il processo attraverso cui uno spazio diventa luogo umano, cioè un luogo riconosciuto, vissuto e dotato di significato.
Gli autori scrivono:
L’appaesaggio è dunque esattamente la pratica di riconoscere e cogenerare la coerenza sistemica fra comunità e ambiente, fra cultura vitale e natura. (Serafini, Giuliani, Modonesi, La città come organismo culturale, p. 193)
Questo concetto mi richiama alla mente la riflessione sul paesaggio culturale sviluppata da Denis Cosgrove. In Social Formation and Symbolic Landscape (1984), il geografo britannico sostiene che il paesaggio non sia un dato oggettivo né un semplice sfondo naturale, ma un way of seeing, ossia una rappresentazione simbolica attraverso cui una società interpreta il proprio rapporto con il mondo e attribuisce significato allo spazio. Il paesaggio non è soltanto il prodotto materiale dell’interazione tra comunità e ambiente, ma anche l’espressione di specifiche visioni del mondo, storicamente determinate e spesso legate a valori culturali, interessi economici e rapporti di potere. Esso contribuisce così a rappresentare, organizzare e, in alcuni casi, a legittimare determinati assetti territoriali e sociali.
La stessa “utopia smart” su cui si riflette nel volume può essere letta, attraverso le lenti di Cosgrove, come l’imposizione di una nuova ideologia visiva e algoritmica del territorio, dove il flusso di dati rischia di sostituire le antiche griglie geometriche della modernità. Il problema non riguarda quindi soltanto l’efficienza tecnologica, ma la possibilità che una determinata rappresentazione della città finisca per diventare dominante, riducendo la pluralità delle esperienze urbane a ciò che può essere misurato e controllato.
Considerazioni: verso una nuova etica del paesaggio urbanoLe considerazioni emerse nella lettura del volume offrono a mio avviso anche una riflessione maturata nel campo dell’ecologia: la Land Ethic elaborata da Aldo Leopold in A Sand County Almanac. Con Leopold aggiungiamo una domanda etica: quale responsabilità abbiamo verso il sistema di cui facciamo parte? Pur riferendosi al rapporto tra essere umano e ambiente naturale, Leopold propone un principio che può essere esteso anche alla riflessione sul paesaggio urbano: l’umanità non è un soggetto esterno chiamato a dominare il territorio, ma un membro di una comunità di relazioni, nella quale ogni individuo contribuisce all’equilibrio dell’insieme. L’etica della responsabilità proposta dalla Land Ethic suggerisce infatti che ogni trasformazione debba essere valutata non solo per la sua utilità immediata, ma anche per gli effetti che produce sull’integrità, sulla qualità e sulla continuità delle connessioni che trasformano il paesaggio. L’agency urbana si realizza in una comunità dinamica di relazioni, nella quale ambiente, società e cultura coevolvono. La qualità del paesaggio urbano dipende tanto dalla forma degli edifici o dall’efficienza delle infrastrutture, quanto dalla capacità di preservare e rafforzare gli intrecci vitali dei protagonisti.
Citato anche nel testo in oggetto vi invitiamo a guardare questo prezioso documentario:
La forma della citta, Pier Paolo Pasolini
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