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L’uomo vegetale di Luigi Ugolini, l’Uncanny ecologico

Дата публикации: 27-07-2026 11:08:29

L’uomo vegetale di Luigi Ugolini, l’Uncanny ecologico di Antonia Santopietro Un precursore italiano Pubblicato originariamente…
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L’uomo vegetale di Luigi Ugolini, l’Uncanny ecologico

di Antonia Santopietro

Un precursore italiano

Pubblicato originariamente in italiano nel 1917 da Luigi Ugolini – scrittore, giornalista e pioniere della narrativa fantastica e d’avventura del Novecento – L’uomo vegetale (The Vegetable Man) si colloca in una fase di profonda transizione per la cultura occidentale. In piena Prima Guerra Mondiale, mentre l’Europa si dilaniava con le tecnologie industriali più distruttive della storia, la letteratura fantastica italiana guardava altrove, ereditando il fascino esotico per le terre inesplorate (l’Amazzonia, il Mato Grosso) e la lezione del gotico e della fantascienza pionieristica. Ugolini è un autore sicuramente di nicchia, ma capace di intercettare le ansie sotterranee di un’epoca: la paura che la natura, a lungo considerata un forziere inerte da saccheggiare, potesse possedere una sua oscura agency e una volontà di rivalsa nei confronti dell’uomo civilizzato.

L’orrore verde: l’Uncanny freudiano e il perturbante ecologico

Nel racconto, il botanico brasiliano Dr. Benito Olivares compie la più classica delle hubris coloniali: addentrarsi nella selva imperscrutata della foresta amazzonica per catalogarla, dominarla e possederne i segreti. Ma l’incontro con una pianta anomala, l’Olivaria vigilans, innesca una metamorfosi che trascende il brivido gotico per lambire ciò che Sigmund Freud definì Unheimlich (l’Inquietante o il Perturbante), ridefinito oggi dalla critica come Eco-Uncanny. L’Uncanny si manifesta là dove ciò che dovrebbe essere radicalmente estraneo si svela misteriosamente familiare, o dove il familiare si rovescia nell’ignoto minaccioso. In Ugolini questo cortocircuito tocca vette di puro orrore corporeo e perturbante profondo:

  • Il corpo come alterità e tradimento: Le braccia del botanico si trasformano in “arti umani senza pelle” fatti di carne vegetale, culminando nella visione perturbante di mani che non sono più mani, ma foglie carnose (simili a pale di fico d’india) su cui campeggiano veri occhi umani che fissano l’osservatore con uno sguardo ostile e cosciente.
  • L’invasione microscopica e l’automa biologico: Sotto il vetrino del microscopio, l’invasione non è batterica, ma clorofilliana. I globuli rossi del medico vengono sopraffatti da cellule vegetali verdi in un ballo macabro che simboleggia la dissoluzione dell’identità umana. Il perturbante risiede qui nella perdita dei confini dell’Io: il corpo non è più una cittadella fortificata dello spirito, ma un territorio occupato da un’altra specie.
  • Il ritorno del rimosso ecologico e la Grande Cecità (Ghosh): L’orrore non deriva dal ritorno del morto, ma dalla vendetta della biosfera. Come teorizzato da Amitav Ghosh ne La grande cecità, l’uomo civilizzato non riesce a concepire la natura come un agente storico. Olivares derubrica i moniti dell’indigeno Guaraní e del vecchio saggio cacique a “strane superstizioni”, incarnando l’incapacità moderna di credere che il pianeta possa reagire. La natura simboleggiata dalle Cipó matador (le liane strangolatrici) smette di essere uno sfondo scenografico passivo e si rivela un soggetto attivo che assimila il suo agressore.
L’iperoggetto e la Dark Ecology (Timothy Morton)

La foresta amazzonica descritta da Ugolini non è un paesaggio cartolinesco, ma un groviglio titanico e soffocante, l’anticipazione letteraria di un iperoggetto (secondo la definizione di Timothy Morton): un’entità ecologica così vasta da sfuggire alla nostra percezione immediata.

  • Il corpo di Olivares che diventa verde, i globuli rossi invasi e le mani mutate in pale carnose con occhi umani sono l’emblema perfetto della Dark Ecology.
  • I confini tra “noi” (il soggetto umano) e “loro” (l’oggetto naturale) collassano definitivamente: l’orrore provato da Olivares è il terrore di scoprire la stranezza intrinseca dell’essere vivi, la presa di coscienza che non siamo mai stati individui isolati, ma organismi radicalmente porosi e intrecciati con il tessuto vegetale del pianeta.
Dalla vendetta vegetale alla senzienza: la svolta fitocentrica

Se il racconto rifletteva l’angoscia del primo Novecento – un’orrenda invasione parassitaria contro l’arroganza coloniale – il pensiero contemporaneo ha compiuto una rivoluzione copernicana. Figure come Stefano Mancuso e le riflessioni sul vivente hanno ribaltato la percezione del regno vegetale:

  • L’intelligenza distribuita: Contrariamente al modello animale centralizzato, la pianta adotta un sistema modulare e reticolare, capace di subire la perdita di gran parte della propria struttura continuando a vivere e prosperare.
  • La comunità etica e simbiotica: Le comunità vegetali operano attraverso una fitta rete sotterranea di mutuo soccorso (Wood Wide Web), configurandosi non come un agglomerato in lotta spietata, ma come un modello di società cooperativa basato su un’etica evolutiva avanzatissima.

Alla luce di questa svolta fitocentrica, la metamorfosi di Olivares smette di essere una condanna ostile. La pianta non sta distruggendo l’uomo per malvagità, ma lo sta invitando a connettersi a una rete di intelligenza ambientale superiore. Gli ‘occhi umani’ che spuntano sulle foglie nel racconto non sono lo sguardo di un mostro che ci spia, ma il risveglio di una consapevolezza ecologica: la natura ha aperto gli occhi sull’uomo, chiedendogli di riconoscersi come parte di un unico tessuto vivente.

Verso i giorni nostri: la modernità profetica nell’era dell’Antropocene

Oggi, nell’era dell’Antropocene e della crisi climatica, la metafora di Ugolini si rivela di una modernità sbalorditiva.

  1. La fine dell’Eccezionalismo Umano: Il dramma di Olivares incarna la crisi dell’antropocentrismo. Il dottore pensa di poter imporre il proprio nome tassonomico (Olivaria vigilans) a una forza che invece lo riscrive e lo colonizza.
  2. Il contagio biotico e la porosità dei confini: Il corpo di Olivares che diventa “verde” e si sfalda anticipa le paure ecotossicologiche odierne: l’inquinamento, le microplastiche che entrano nel flusso sanguigno e i cambiamenti climatici che alterano la nostra stessa biologia.
  3. Dall’eco-ansia alla corresponsabilità: Nel finale del racconto, il botanico fugge in Europa, incapace di accettare la sua nuova identità e destinato a soccombere alla propria scissione interiore. Questa incapacità di accettare la contaminazione è il ritratto clinico della nostra attuale eco-ansia. La teoria contemporanea delle piante ci offre invece un antidoto: accettare la nostra vulnerabilità ecologica.

L’uomo vegetale si rivela una pietra miliare dimenticata di un’ecologia della paura e della trasformazione. Ci ricorda, attraverso l’incubo di un botanico trasformato in arbusto, che l’umanità non è padrona della Terra, ma un suo temporaneo inquilino. E che imparare a pensare, a vivere e a respirare con la natura – superando l’orrore dell’ignoto per abbracciare la lezione della senzienza vegetale – è l’unica via per garantire un futuro alla vita sul pianeta.

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