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Non è solo malinconia. Le più recenti ricerche mostrano che la nostalgia può rafforzare l'identità, migliorare l'umore e aiutare ad affrontare i momenti più difficili

Дата публикации: 12-08-2026 05:11:00

Per paradosso, la nostalgia è il sentimento dei nostri tempi affamati di futuro. Le sue “farfalle di seta”, come le chiama il poeta Paul Celan, si posano sugli anni in cui internet non esisteva e in cui sognavamo (sul serio) […]
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Per paradosso, la nostalgia è il sentimento dei nostri tempi affamati di futuro. Le sue “farfalle di seta”, come le chiama il poeta Paul Celan, si posano sugli anni in cui internet non esisteva e in cui sognavamo (sul serio) la pace perpetua. Ora ci ritroviamo incerti, impauriti, abitanti di un mondo squassato da conflitti che non avevamo previsto, ristretto dai populismi, manipolato dalle tecnologie. Come potrebbe non crescere la voglia di voltarsi indietro, di aggrapparsi a un’àncora della memoria? Allora viaggiamo, attraverso l’immaginazione o il ricordo, per recuperare qualcosa che ci manca. Diciamo a noi stessi che abbiamo vissuto giorni in cui ci siamo sentiti amati, al sicuro, e speriamo che capiti di nuovo.

Viaggi ed emozioni: perché proviamo sentimenti contrastanti?

La nostalgia è un primo soccorso, una consolazione durante la quotidianità inospitale, «il mezzo per trattenere e riaffermare identità gravemente ferite dal tumulto dell’epoca», come ha scritto il sociologo Fred Davis. Ha una cattiva reputazione, scrive lo psicologo sociale Clay Routledge in un suo intervento sul quotidiano statunitense The New York Times: «Viene descritta spesso come un attaccamento improduttivo a un passato idealizzato, che impedisce alle persone di vivere il presente e di pianificare il futuro. Ma io e molti altri studiosi, dopo aver condotto esperimenti di laboratorio e sondaggi, siamo giunti alla conclusione che i ricordi nostalgici sono spesso fonte di conforto, guida e ispirazione. Anche solo dedicare pochi minuti a ripensare a un bel ricordo o ad ascoltare una vecchia canzone familiare può migliorare l’umore».

Storica, strumentale o mercificata

Di nostalgia, però, non ce n’è una sola. A volte è uno stratagemma mentale per spostare lo sguardo su un momento o un luogo felici e mettere tra parentesi il presente. È un’“emozione crepuscolare” (sempre Davis) che riguarda la nostra biografia oppure è storica e culturale, quando si cerca un orizzonte rassicuran- te del passato, come capita ai giovanissimi appassionati di vecchie canzoni e di atmosfere anni Novanta, per i quali è stato coniato un neologismo, “anemoia”, a indicare l’anelito verso un periodo che non si è conosciuto mai. Un anelito che può subito diventare business, offerta di consumi studiati per sfruttare la voglia di revival: la nostalgia mercificata.

Nel dopoguerra la parola fu uno spauracchio. I nostalgici erano quelli che rimpiangevano il regime, quando “si dormiva con le porte aperte”. Oggi ad andare a nozze con le reminiscenze sono i politici che usano l’intelligenza artificiale per proporsi in scenari di secoli fa. Questa nostalgia strumentale è tipica delle destre populiste d’Italia e d’America: entrambe vorrebbero identificarsi con le presunte glorie dell’antica Roma, con gladiatori dalla mascolinità inflessibile e con condottieri predisposti al trionfo. Ma i video imbevuti di estetica passatista non cancellano la nostalgia secondo il suo etimo greco: il dolore del ritorno, il desiderio di tornare in un luogo e in un tempo che sono sfumati. Questo è il sentimento dell’Ulisse omerico lontano da Itaca, di Foscolo in esilio (il verso indimenticabile «Né più mai toccherò le sacre sponde» è della poesia A Zacinto ). Si radica, oggi, nella sofferenza profonda dei migranti che hanno abbandonato la propria patria e pone a tutti noi una domanda: quando ci sentiamo veramente a casa?

Una cerniera tra il passato e il futuro

Il viaggio della memoria funziona se non imprigiona lontano dalla realtà, se non è una fuga senza rientro. La nostalgia che fa smarrire l’Io da qualche parte del passato può essere una via d’ingresso nella depressione, come hanno chiarito il neurologo Andrea Stracciari e lo psichiatra Angelo Fioritti nel loro saggio (Nostalgia, Il Mulino). È una zavorra dell’anima dopo una perdita grave, dopo un lutto, quando non si accetta che la giovinezza sia finita e si ripensa di continuo a come si era e non si è più. In qualunque accezione, la nostalgia è una chiave di lettura del presente. E a piccole dosi è un ingrediente indispensabile dell’esistenza, una cerniera nella storia, un trampolino che può catapultare, rafforzati, nel domani.

Un riparo dalla solitudine o dall’ansia

Il termine fu inventato nel 1688 da Johannes Hofer, che la introdusse nella sua tesi di dottorato all’Università di Basilea per definire una patologia di cui soffrivano i mercenari svizzeri al servizio del re di Francia: afflitti dal ricordo disperato degli affetti e dei villaggi alpini abbandonati, diventavano tristi, rifiutavano il cibo, tentavano la diserzione. È solo alla fine dell’Ottocento e poi nel Novecento che la nostalgia smette di essere considerata una forma di disturbo psichiatrico e, con l’arrivo della psicoanalisi, viene riproposta come un’emozione agrodolce non per forza patologica. Anzi: ormai è assodato che le reminiscenze nostalgiche, durante i percorsi di psicoterapia, producono benefici cognitivi e psicologici maggiori rispetto al ricordo di eventi privi di particolare valore affettivo.

Ripercorrendo i sentieri del proprio passato si ricompatta il sé. «Cosa sarebbe la vita senza la nostalgia, senza la memoria che la rende possibile, e che riunisce il passato, il presente e il futuro nella loro infinita circolarità?», ha annotato lo psichiatra Eugenio Borgna ( Sull’amicizia, Raffaello Cortina). Il filone di studi che rivaluta l’emozione ne descrive il potere rigenerante, mostrando che funziona come un antidoto alle preoccupazioni, che rappresenta un riparo dalla solitudine o dall’ansia.

Il desiderio di un’epoca pre-internet

Si sono trovate spiegazioni anche per la nostalgia storica, quella che muove verso un periodo precedente al proprio e che riguarda i ragazzi. «Il 60 per cento dei maggiorenni della Generazione Z (1997-2012) ha affermato di desiderare di poter tornare a un’epoca in cui non tutti erano connessi» commenta ancora Routledge. Non è un caso che di tendenza al revival è imbevuta la cultura pop. In un’indagine appena condotta dalla società di ricerche Luminate nel mercato statunitense, è emerso un interesse progressivo per l’ascolto di musica dei decenni passati, non solo tra i Boomer, come parrebbe scontato, ma anche tra i diciottenni. I social media seguono a ruota. In questi mesi sono esplosi i meme virali con lo slogan “il 2026 è il nuovo 2016”, spingendo le celebrities a condividere foto dei decenni precedenti.

Su TikTok e Instagram milioni di utenti ripropongono look ispirati agli anni Novanta e ai primi Duemila. Ma il successo di atmosfere e oggetti rétro, inclusi i dischi in vinile e la moda vintage, non sembra riguardare solo l’estetica. «Forse i nativi digitali della Generazione Z sono preoccupati per il rapporto con le tecnologie che hanno permeato le loro vite e stanno incanalando in modo produttivo la loro nostalgia verso decenni passati» è l’ipotesi dello psicologo sociale su The New York Times. «Il mio team di ricerca ha condotto nel 2025 un sondaggio su oltre duemila adulti negli Stati Uniti. Circa due terzi dei giovani tra i 18 e i 29 anni hanno riferito che esplorare epoche precedenti alla loro nascita li ha aiutati quando erano stressati dalla vita moderna o ansiosi per il futuro. Ciò che rende degna di nota la nostalgia storica che provano è, a mio avviso, il loro particolare fascino per com’era la vita nel passato analogico. Sento persone chiedersi se i giovani adulti di oggi siano nati troppo tardi per godere dei vantaggi del mondo pre-internet: la nostra ricerca mi fa sperare che la risposta sia no, perché la nostalgia per il passato li sta aiutando proprio a recuperare pratiche antiche». Il desiderio di qualcosa che abbiamo perduto è più utile, in molti modi, di quanto non si pensasse. Non è il rimpianto (che nella sua etimologia si richiama al piangere), non è il rimorso (che si aggancia alla colpa). È l’eco fragile e gentile di quel che non è più, il motore dell’arte e della letteratura, il tratto distintivo della condizione umana.

Eliana Liotta (foto di Carlo Furgeri Gilbert).

Eliana Liotta è giornalista, scrittrice e divulgatrice scientifica. Su iodonna.it e sulle principali piattaforme (Spreaker, Spotify, Apple Podcast e Google Podcast) trovate la sua serie podcast Il bene che mi voglio.

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