Mentre si apre l?ennesimo potenzialmente decisivo Consiglio europeo e in attesa degli esiti dello stesso, si può forse introdurre una riflessione di ampio respiro. Una quindicina di...
Mentre si apre l’ennesimo potenzialmente decisivo Consiglio europeo e in attesa degli esiti dello stesso, si può forse introdurre una riflessione di ampio respiro. Una quindicina di giorni fa, durante la cerimonia di intitolazione di un edificio del Parlamento europeo al compianto David Sassoli, è stata ricordata una frase che egli amava ripetere: “l’Unione europea non è un incidente della storia”. Mai come in questa complessa congiuntura appare necessario riflettere su tale considerazione.
Mai come in questi giorni che hanno riportato il “tragico” al centro del dibattito politico è fondamentale ripartire dal dato storico.
Tenere in considerazione il dato storico quando si pensa al processo di integrazione europeo implica prima di tutto chiedersi da dove si proveniva a metà degli anni Quaranta dello scorso secolo, quando si è deciso di implementare il percorso di costruzione comunitaria. È presto detto: si arrivava da un trentennio di guerre, dittature e crisi economiche. Accanto a questo elemento se ne deve però aggiungere un altro. Le principali leadership politiche post-belliche in Europa, in stretta connessione con quella statunitense, non si limitarono a prendere atto degli errori del passato, ma mostrarono immediatamente di avere un’idea di futuro, maturata già tra fine anni Trenta e inizio Quaranta. Nello spazio di un decennio, per semplificare tra il 1947 (avvio della Guerra fredda) e il 1957 (firma dei Trattati di Roma) tali leadership scelsero di ricostruire e salvare, nel vero senso della parola, gli Stati nazione dell’Europa occidentale coordinando le loro politiche economiche e commerciali e depotenziandoli della loro dimensione aggressiva. Tutto ciò grazie all’impulso e sotto l’ombrello protettivo garantito in larga parte dagli Stati Uniti. Semplificando ulteriormente, è possibile affermare che le leadership politiche euro-atlantiche della metà degli anni Quaranta del secolo scorso fecero una imponente riflessione attorno all’interesse euro-atlantico, convinte che la ricostruzione post-bellica obbligasse il Vecchio Continente ad inserirsi in una architettura di cooperazione ed interdipendenza. La globalizzazione economico-finanziaria, la fine della Guerra fredda e la serie di imponenti e brutali cambiamenti dell’ultimo quarto di secolo hanno riportato quella storia prepotentemente al centro e diventa fondamentale domandarsi che cosa oggi quella stessa storia chieda, in che modo interroghi le leadership politiche europee.
In definitiva sarebbe necessaria una grande e sincera riflessione sull’odierno interesse europeo. Partendo però da un dato di verità: gli interessi nazionali non hanno alcuna possibilità di essere soddisfatti nell’attuale “età dei predatori”, a maggior ragione nel momento in cui l’Ue si trova sempre meno garantita dal sostegno del suo alleato statunitense. Nel momento in cui l’Occidente euro-atlantico vive il suo tramonto, il processo di integrazione europeo diventa da un lato ancora più indispensabile ma dall’altro non più concepibile secondo i paradigmi messi in atto nel post Seconda guerra mondiale. Ne consegue che il dibattito sui nuovi allargamenti è politicamente sterile, se non deleterio. O meglio l’attuale Ue può anche allargarsi a 30 o anche a 35 nuovi membri, ma non nella sua dimensione politica. Se le attuali leadership europee vogliono, come accaduto alle origini, provare ad adattare il processo di integrazione alla storia dovrebbero forse avviare un nuovo percorso prevedendo contemporaneamente un “passo avanti” e uno “indietro” nel percorso istituzionale.
A monte si dovrebbe prendere atto che l’Ue a 27, quella del Trattato di Lisbona e del fallito tentativo del Trattato costituzionale europeo, è inadatta per affrontare le sfide del nuovo secolo post-statunitense. Perché la vera discontinuità, occorre essere onesti, non è tanto nella minaccia cinese, né in quella russa (lungi da me volerle sottostimare!), ma è nella solitudine europea, nel doverle affrontare tali minacciose prove senza l’alleato d’oltreatlantico.
Per passo “indietro” si intende promuovere l’allargamento di uno spazio di cooperazione e consultazione anche a 30 o 35, sul modello dell’attuale Comunità Politica Europea, un progetto simile alla mitterrandiana Confederazione europea all’indomani del crollo del Muro di Berlino, in parte già ripreso da Macron nel 2022 e che potrebbe essere ulteriormente allargato anche a soggetti extra-continentali (ad esempio il Canada).
Per passo “avanti” si fa riferimento all’istituzionalizzazione di un’avanguardia di Paesi che, al di fuori dei Trattati e dunque nella più completa libertà di operare, decidano di fissare pochi e dettagliati obiettivi comuni sul terreno economico, finanziario e strategico. Si potrebbe ripartire da un nucleo di sei Paesi, come nel 1950. I tre grandi fondatori della Cee non potrebbero mancare (quindi Italia, Francia e Germania), dovrebbe essere presente la Polonia (per la sua collocazione geopolitica e per la crescita del suo esercito), ci dovrebbe essere la Spagna (per la sua vocazione mediterranea e le sue ottime performance economiche degli ultimi anni) e sarebbe indispensabile recuperare il Regno Unito che, anche simbolicamente, inizierebbe una nuova storia, con una cesura netta rispetto alla Brexit, da concepirsi come frattura con un’altra costruzione europea.
L’operazione dovrebbe essere intergovernativa e non necessariamente, almeno nelle sue prime mosse, sovranazionale e federalista, ma non dovrebbe mancare una chiara legittimazione democratica. E questa dovrebbe giungere dall’impegno delle leadership politiche dei sei nuovi Paesi fondatori che dovrebbero porre tale rilancio europeo, questo salto in avanti al di fuori e al di là del tracciato tradizionale del processo di integrazione, al primo posto dei propri impegni elettorali, portando così in evidenza nei singoli dibattiti nazionali il clivage tra europeismo (nella nuova declinazione) e antieuropeismo.
I leader politici illuminati sono quelli in grado di interpretare le congiunture storiche e contestualmente colmarne le lacune con il loro volontarismo. La storia impone oggi un grande discorso di verità. Chi si assumerà l’onere di pronunciarlo potrà sicuramente definirsi leader, per tutti gli altri la storia rischierà di utilizzare la nozione di figuranti o comparse.
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