«Manca una vera azione diplomatica europea verso la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina?. Viene ripetuto ogni giorno da politici in Parlamento, su stampa, tv,...
«Manca una vera azione diplomatica europea verso la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina”. Viene ripetuto ogni giorno da politici in Parlamento, su stampa, tv, radio, siti internet. La formula, di buon senso, ha dilagato, diventando alla fine una domanda: “ma dov’è l’Europa?”.
L’Europa, intesa come Bruxelles prima di tutto, non ha prodotto finora risultati tangibili soprattutto perché fin dall’inizio la Russia ha fatto sapere di non avere nessuna intenzione di ascoltarla, né di averla a un eventuale tavolo. Si parla solo fra superpotenze, e alla pari, è sempre stata la linea russa, e poco conta per Mosca che la Ue abbia un’economia dieci volte superiore alla sua, in termini di Pil. Quello russo è un atteggiamento di disprezzo che gli elettori europei non dovrebbero ignorare, anche perché molti loro politici spesso parlano come se lo ignorassero.
La diplomazia trumpiana ha gli stessi, antieuropei, obiettivi di fondo. Agli europei non rimane quindi, per ora, che giocare partite laterali, come questa settimana l’incontro di Oslo fra l’americano Steve Witkoff e Volodymyr Zelensky, condotto dal primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e dal presidente finlandese Alexander Stubb e con presenza di francesi, tedeschi, britannici, polacchi, Ue e Nato.
“Da ora in avanti sarà la Russia, e non l’Unione Europea, il partner privilegiato degli Stati Uniti”, dichiarava già a inizio 2025 l’ex ministro degli Esteri tedesco (1998-2005) Joschka Fischer, ricordando che Trump voleva una completa rottura con regole e alleanze tenacemente costruite da generazioni di politici americani ed europei. Sempre a inizio 2025 Fischer osservava anche che la reazione europea era analoga al gran pigolare e svolazzare del pollaio quando compare la volpe.
Ma il voto americano del 3 novembre per il rinnovo di tutta la Camera e di un terzo del Senato, più vari governatori, rischia di offuscare la stella di Trump. E questo peserà. Il presidente ha commesso un errore, quello di insistere che il voto sia, idealmente, anche su di lui. Un Trump sbiadito, prosopopea a parte, equivale a un Putin sminuito.
Fra due settimane, probabilmente, la Camera avrà una maggioranza democratica, quindi la presidenza oltre che dell’aula anche di Commissioni importanti, che già hanno preannunciato inchieste parlamentari mirate, a partire da una sugli affari della famiglia Trump e sulle operazioni finanziarie in prima persona del presidente. Potrebbe anche esserci, ma è meno sicura, una maggioranza democratica anche al Senato. L’impeachment resta un miraggio, perché si bloccherebbe comunque al Senato, dove sono necessari i 2/3 dei voti per renderlo effettivo.
Ma l’umiliazione di Trump è assai probabile. Aveva promesso “l’economia brillerà di nuovo per voi” ma inflazione e prezzi assillano più di prima famiglie e imprese. L’America, in attesa di tornare “grande”, si è impantanata nella brutta figura della guerra contro l’Iran che sta sconvolgendo tutto il Medio Oriente e i mercati dell’energia. Il presidente che aveva promesso di restituire il sogno americano non ha mancato le sue promesse su tutta la linea, non su immigrazione, tagli fiscali (per i ricchi, in genere), abolizione di regole finanziarie ed economiche e ambientali, ma il cuore del sogno è nella spesa per vivere, che non è scesa, anzi, e sono anche i suoi sbandierati dazi ad avere molto pesato.
La politica estera, quando non implica truppe americane, non conta molto, in genere, in questi voti di metà mandato. Ma qualcosa peseranno, per il caso ucraino, le comunità di origine centro ed est europea, decisamente anti-russe, quasi 20 milioni senza contare i tedesco-americani, e circa 40 milioni con questi. I legami familiari con l’Europa si sono attenuati, ma non sono scomparsi. Il “rapporto speciale” con Putin non è popolare nemmeno fra molti MAGA.
C’è poi l’incognita “brogli elettorali” che probabilmente Trump invocherà nelle circoscrizioni dove i suoi repubblicani perdono. Dove vincono, come noto, non ci sono brogli. Ma a questo punto del suo rapporto con l’opinione pubblica, sarebbe solo un aggravare il danno del probabile risultato elettorale.
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