Fratelli d’Italia spaccia una legge ordinaria per la grande riforma che porta nella Terza repubblica. Aria di frustrazione per una legislatura che doveva essere costituente e non ha rinnovato quasi nulla
È buona regola in politica evitare l’enfasi quando si vince, così come la disperazione quando si perde. Tutto può cambiare in fretta e i delusi di oggi possono essere i trionfatori di domani. O viceversa. Per cui il giudizio sui momenti cruciali è meglio lasciarli agli osservatori neutrali, meglio ancora agli storici di domani.
L’altro giorno è accaduto che un autorevole esponente di Fratelli d’Italia, intervenendo alla Camera, non sia riuscito a contenere il suo entusiasmo per l’approvazione della legge elettorale - la quinta in un trentennio - e abbia esclamato: “Oggi è nata la Terza Repubblica”. Ecco un esempio perfetto di enfasi inappropriata. Decideranno i tempi e gli uomini se l’Italia ha vissuto un momento storico e se la riforma promossa dal governo Meloni abbia spinto l’Italia in un diverso scenario politico.
Forse è una responsabilità troppo grande per una legge ordinaria, qual è appunto la riforma del voto, farne il cardine di una trasformazione storica. Tuttavia è anche vero, come è stato ricordato, che pure la Seconda Repubblica nacque sull’onda della prima riforma elettorale, quella intestata a Sergio Mattarella che sostituiva l’antico e sempre un po’ rimpianto sistema proporzionale. Di lì nacque il bipolarismo all’italiana, la cui efficacia è stata spesso contestata, ma che ha contribuito a cambiare il volto politico del paese. Eppure questa Seconda Repubblica - definizione rifiutata da tanti - nacque non solo e forse non tanto per via della riforma elettorale, quanto per il crollo dei partiti travolti da Tangentopoli. Un collasso sconosciuto in tempi moderni in qualsiasi paese occidentale. La ricostruzione di un assetto, dopo anni di faticosa transizione, fu riassunta nel termine Seconda Repubblica.
Adesso siamo in una fase molto diversa. Il sistema regge, anzi il governo Meloni ha raggiunto il record di longevità. Regge e galleggia. Grandi riforme non se ne sono viste nell’attuale legislatura. Quindi proclamare l’avvento della Terza Repubblica significa esprimere una pulsione che nasconde una frustrazione. Quella di chi avrebbe voluto fare molto di più, trasformare il mandato parlamentare del 2022 in una stagione costituente, costruire il rinnovamento a tutti i livelli di un’Italia bisognosa di energie vitali e di ottimismo. Non abbiamo avuto nulla di tutto questo, salvo una riforma elettorale negli ultimi mesi della legislatura. Ne deriva che certi applausi rivolti a se stessi sono fuori luogo. Non c’è un De Gaulle nell’Italia di oggi, nel caso qualcuno non se ne fosse accorto. Non c’è alcun passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica, come accadde alla Francia sul finire degli anni Cinquanta.
Abbiamo avuto una riforma dei meccanismi del voto che probabilmente non è una catastrofe, come pensano alcuni per ragioni di parte. Ma che non è nemmeno un passaporto per la rivoluzione. Non si può dare torto a Giuliano Amato, quando dice che per alcuni costituzionalisti, legati a una certa idea della sinistra, “è incostituzionale tutto quello che non piace a loro”. Viceversa la legge è costituzionale e tale sarà valutata dalla Consulta, sia pure con qualche correttivo “auto-applicativo”. È una riforma che si colloca nel fiume dell’unico riformismo che non conosce crisi, quello delle leggi elettorali. Fra qualche anno ne avremo un’altra, senza che questo apra la strada alla Terza Repubblica. Resteremo nella Seconda ancora per parecchio tempo. Tra luci e ombre, come siamo abituati.