Vannacci o Salvini non sono costretti all’ipocrisia di nascondere la loro soddisfazione, tanto hanno sempre e apertamente tifato per l’invasore. Ma temo (e vorrei sbagliarmi) che ci sia una sia pur assai più riservata e moderata gioia anche tra quei fautori del campo largo per cui Kiev è il più fastidioso intralcio
Il patto Trump- Putin sulla pelle dell’Ucraina ha anche un grande e terribile valore simbolico, non foss’altro per il suo potere di rievocare un altro triste e tremendo patto, fatale all’Europa, quello tra Stalin e Hitler (noto anche come Molotov-Ribbentrop) nel 1939. Ma non pochi se ne rallegreranno in Italia. Ovviamente tutti gli amici o presunti tali dei due aspiranti padroni del mondo e in particolare del despota russo, tipo Roberto Vannacci o Matteo Salvini, che non saranno neppure costretti all’ipocrisia di nascondere la loro soddisfazione, tanto hanno sempre e apertamente tifato per l’invasore. Ma anche i nemici mal mascherati dell’Ucraina, politici, opinionisti, giornalisti, che se ne sono fin da subito augurati la sconfitta per… il suo bene o la sua resa… per il superiore valore della pace. Non parliamo di quelli, tra costoro, che si sono affrettati anche a trovare buone ragioni per l’aggressione russa, alla faccia del diritto dei popoli all’autodeterminazione, degli stati alla propria integrità territoriale, del rifiuto costituzionale delle guerre ecc. ecc. La differenza nel linguaggio, per cui parlano della Russia ma, più che dell’Ucraina, di Volodymyr Zelensky, come ha fatto Donald Trump, la dice lunga sulla verità nascosta dentro questi singolari pacifisti: da una parte un Paese, forse un po’ rude e… invadente, ma in fondo buono e da capire; dall’altra, un capetto iracondo e vendicativo, che terrebbe in armi il suo popolo invece di consegnarlo nelle mani del bonario vicino di casa che vuole annetterselo; basterebbe togliere il bellicoso presidente ucraino e tutto tornerebbe al suo posto.
Il caso Ucraina potrebbe essere usato come un’efficace cartina di tornasole per conoscere la vera identità politica e culturale di molta gente, di qualche partito e giornale, che usano un lessico di sinistra (pacifista, antioccidentale ecc. ecc.) per ribadire la cosa più autenticamente e tradizionalmente di destra di sempre: la legge del più forte. Hanno tifato per il potente fino all’impudicizia di rappresentarlo anche come vittima (della Nato), in modo da lasciargli mano libera anche in quanto (finto) debole, un ruolo che piace tanto ai paladini della giustizia notoriamente con gli occhi bendati, che hanno potuto battersi allo stesso tempo per i palestinesi aggrediti e per i russi aggressori.
Temo poi (e vorrei sbagliarmi) che ci sia una sia pur assai più riservata e moderata gioia anche tra quei fautori del campo largo per cui l’Ucraina è il più fastidioso intralcio alla politica delle comuni intese necessaria per vincere le elezioni. In fondo, se si arrendesse o fosse sconfitta prima delle primarie, l’Ucraina toglierebbe il disturbo politico che fa tra le due anime del centrosinistra e si potrebbe parlare di altro.
Forse è troppo malizioso pensarla così, ma quando si sente Trump intimare al povero Zelensky di non difendersi più sparando ai russi e alle loro raffinerie, come non pensare al “lodo Bettini”, il dottor Sottile che, per salvare capra (del Pd filoucraino) e cavoli (del 5S antiucraino), proponeva sì armi all’Ucraina, ma solo difensive, di quelle che non fanno male al nemico, non lo disturbano in casa sua, un inoffensivo ombrello contro i missili russi? Una difesa a handicap che da subito molti finti amici europei hanno prudentemente consigliato all’aggredito e che oggi Trump fa propria smascherandone brutalmente le vere ragioni: gli affari, il costo dell’energia, insomma i comodacci nostri. Nessuno può leggere nel futuro: ma se si potesse farlo in qualche libro di storia del prossimo secolo, sarebbe interessante vedere come sarebbero definiti tutti questi soggetti variamente soddisfatti dell’accordo tra Trump e Putin sul diesel a scapito dell’Ucraina.