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La ricerca del neuroscienziato italiano: «Così il cervello anticipa la malattia»

Дата публикации: 29-09-2026 04:00:10

l cervello che prepara il sistema immunitario prima ancora che un agente patogeno entri nell'organismo. È una delle frontiere della ricerca di Andrea Serino, neuroscienziato dell'Università di Losanna, che studia...

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l cervello che prepara il sistema immunitario prima ancora che un agente patogeno entri nell'organismo. È una delle frontiere della ricerca di Andrea Serino, neuroscienziato dell'Università di Losanna, che studia da anni come il cervello costruisce la rappresentazione del corpo e dello spazio che lo circonda. Un percorso che lo ha portato dallo studio dello “spazio peripersonale” al dialogo fra cervello e sistema immunitario, aprendo nuove prospettive anche per comprendere placebo e nocebo.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Serino racconterà questa ricerca il 3 ottobre a BergamoScienza, nell'intervento «Dove finisci tu e inizia il mondo?». Il punto di partenza è il modo in cui il cervello distingue ciò che appartiene a noi da ciò che è esterno e anticipa un possibile pericolo. «Il nostro cervello ha una rappresentazione speciale dello spazio intorno al corpo, lo spazio vicino, perché è uno spazio dove possiamo interagire con il mondo esterno, ma anche in maniera pericolosa», spiega. I neuroni che studia rispondono al tatto, ma anche a uno stimolo visivo o acustico che si avvicina: anticipano il possibile contatto. Da qui, è nata l'ipotesi che lo stesso meccanismo predittivo potesse essere utilizzato dal sistema immunitario. Gli esperimenti condotti dal gruppo di Serino hanno fornito una prima risposta: mostrando ai partecipanti avatar virtuali associati a un'infezione, i ricercatori hanno osservato una risposta immunitaria. «Abbiamo dimostrato che se vediamo degli avatar, cioè quelli di un'infezione virtuale, il nostro sistema immunitario risponde». La ricerca ora punta a capire quanto questa risposta sia specifica. Negli esperimenti iniziali sono state osservate soprattutto le cellule linfoidi innate, le sentinelle del sistema immunitario, che segnalano un possibile pericolo senza essere specifiche per un determinato agente. Il gruppo sta analizzando nuovi dati per capire se il dialogo con il cervello possa arrivare ad attivare una risposta più precisa, per esempio anticorpi specifici in funzione della malattia rappresentata.

È un passaggio che contribuisce a cambiare anche il modo di guardare al placebo. «Secondo me il placebo è parte del meccanismo, nel senso è un'influenza del cervello sul meccanismo biologico, quindi è biologico», osserva Serino. Il placebo, da elemento di disturbo negli studi clinici, è diventato quindi un'opportunità per studiare l'interazione fra stato mentale e fisiologia. Lo stesso vale per il nocebo: aspettative, paura e interpretazioni possono contribuire a modificare la risposta dell'organismo. Il punto, però, non è che basti “pensare positivo” per guarire. Serino insiste sulla necessità di distinguere le evidenze sperimentali dagli slogan. «La scienza è probabilistica - dice - I dati hanno una probabilità che le cose siano così infinitamente maggiore di una narrazione o uno slogan». La sfida è quindi imparare a leggere i dati senza trasformare la scienza in un nuovo dogma.

Alla base di placebo e nocebo c'è il modo in cui il cervello interpreta la realtà. «Il cervello non è una macchina che elabora in maniera passiva l'informazione». Ogni percezione è un'interpretazione costruita a partire da ipotesi, o “a priori”, formate attraverso l'esperienza. Lo stesso segnale fisiologico può assumere significati diversi: un aumento della frequenza cardiaca può essere letto come paura oppure come eccitazione, a seconda del contesto e dello stato mentale. È il principio del cervello “bayesiano”, che formula ipotesi e le confronta continuamente con ciò che accade. Questo meccanismo riguarda anche la capacità di cambiare. Il cervello impara regolarità statistiche e modifica le proprie previsioni quando la realtà non conferma più l'associazione precedente. Per interrompere una risposta dannosa non basta dunque un'eccezione: «Devo creare un altro pattern statistico».

Il rapporto fra cervello e immunità funziona inoltre in entrambe le direzioni. «Un sistema immunitario che reagisce male ha un impatto enorme sulle malattie neurodegenerative», sottolinea Serino, richiamando le evidenze sui processi di iperinfiammazione presenti in diverse patologie neurologiche. È quindi sempre più difficile considerare i due sistemi come compartimenti separati: «Il nostro organismo funziona molto di più in maniera coordinata». Ed è proprio dalla rappresentazione del corpo che arriva la domanda più grande. Lo spazio peripersonale è per Serino «la prima distinzione fra sé e mondo esterno»: il confine di ciò che siamo non coincide semplicemente con il corpo fisico, ma con ciò che il cervello rappresenta come “noi” e “non noi”. «Quello che cerco di capire da sempre, e che non capirò mai, è come fa il cervello a generare la coscienza di sé attraverso dei meccanismi molto basilari che servono a sopravvivere». Una domanda senza risposta definitiva, ma che continua a guidare la sua ricerca.

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