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L'analisi/Contro l?assalto alla diligenza

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

Al di là delle promesse mirabolanti, che non potranno mancare, ma fino a un certo punto, alla luce dei dati Istat e nell?Italia ancora sotto procedura d?infrazione la campagna...

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Al di là delle promesse mirabolanti, che non potranno mancare, ma fino a un certo punto, alla luce dei dati Istat e nell’Italia ancora sotto procedura d’infrazione la campagna elettorale appena cominciata sarà inevitabilmente condotta con il freno a mano tirato. È difficile, o almeno incongruo, che la gara sarà scandita da troppi annunci  sullo stile dell’abolizione del bollo per auto e moto. E i cordoni della borsa non potranno schiumare di generosità e produrre bonus di qua e di là perché la responsabilità s’impone. Il che, da un certo punto di vista, è anche una garanzia, considerando gli assalti alla diligenza che si sono verificati quasi sempre in occasione delle leggi di bilancio e la strategia delle mance che è tipica degli anni elettorali e dei partiti che cercano consenso attraverso elargizioni. 


Vuoi soldi? Ma i soldi non ci stanno e c’è ancora - e «mannaggia al destino cinico e bar!», come diceva Saragat a cui piaceva bere - la procedura d’infrazione. Questo il film a cui assisteremo. Quella delle liste della spesa  dei partiti a cui non si può che rispondere di no. E per esempio: sarà improbabile che la Lega riuscirà ad ottenere, in questa situazione, la riduzione del canone che si paga per la Rai.

Il problema di una campagna elettorale in austerità non è solo della maggioranza di governo ma anche delle opposizioni. Promettere per esempio rivoluzioni nella sanità, come si sta facendo (la destra ha distrutto il sistema ma noi di sinistra lo rimetteremo in piedi, ecco il messaggio dem), al tempo della della procedura d’infrazione è più complicato. Così come nuove forme di reddito di cittadinanza, secondo il programma M5S, sono più facili a diventare fattibili quando le prospettive di crescita economiche sono più largheggianti di quelle indicate dall’Istat.


Insomma, sarebbe stato meglio uscire dalla procedura d’infrazione, e su questo non c’è dubbio alcuno. Però - come magra consolazione - va anche detto che una campagna elettorale più sobria, meno scoppiettante di parole a vanvera, più attenta alle compatibilità descriverà un Paese maggiormente attento alle esigenze di bilancio, meno lunare e immaginario, più in linea con un profilo di presentabilità e di affidabilità anche internazionale che finora all’Italia è servito e continuerà a servire.


La campagna elettorale, nello strepitoso ciclo dipinto nel 1755 da William Hogarth, è un po’ tutta un banchetto. Così come Charles Dickens, ossia il massimo in letteratura, si divertiva nel «Circolo Pickwick» a raccontare romanzescamente che alle elettrici ottocentesche del collegio di Eatanswill venivano regalati «ombrellini verdi» per riscaldare, e proteggere dalla pioggia, il loro consenso. Stavolta un banchetto non potrà essere, e neppure una forma troppo evidente di mercato, la competizione del voto e la stessa legge di bilancio, con l’Italia che resta osservata speciale della Ue nei suoi conti, stenterà ad assumere il carattere di finanziaria di tipo elettorale. 

Dai desideri di spericolatezza agli obblighi del freno a mano? I conti dell’Istat e gli occhi dell’Europa riducono lo spazio per grandi trovate. La prossima campagna elettorale rischia insomma di essere combattuta sullo zero virgola. Che non scalda le piazze, non riempie i palasport e non si presta bene ai cori. Anche se qualche spot ad uso tivvù non sta mancando. E così ogni fuoco d’artificio costoso dovrà essere accompagnato da una copertura credibile (l’abolizione del bollo, per un anno, costa 2,36 miliardi di euro), ogni spesa permanente dovrà fare i conti con il debito e ogni nuovo annuncio in vista delle urne rischierà di essere osservato dai mercati oltre che dagli elettori più avveduti.


Sarebbe ingenuo aspettarsi una campagna quaresimale, fatta di politici che entrano negli studi televisivi sussurrando: «Purtroppo non possiamo promettervi nulla». La politica non rinuncia alle promesse. E lo spettacolo elettorale non può ridursi, e per fortuna, a una saga francescana. Tantomeno si può spezzare, e anche questo va bene, l’assonanza tra elezioni e illusioni e tra voto e vuoto (di intendimenti seri e di politiche credibili). Ma in questo lungo anno o quasi di gara non potrà che scattare, almeno nel profondo di ogni politico che si sente statista o che aspira a restare al governo o ad andarci, il senso del limite. 

Le promesse diventeranno più piccole, mirate e reversibili. O così ci si augura. Sperando di non sbagliare. Perché se Luigi Einaudi definiva «padreterni» («Licenziare i padreterni», s’intitola uno dei suoi scritti) i politici che illudevano il prossimo, adesso e già da un po’ non è più tempo di faraoni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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