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L'editoriale/ La politica estera va presa sul serio

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

La politica estera non è un argomento da comizi. Intendiamoci: lo si è sempre fatto e temiamo che non si smetterà di farlo. Solo che per portarla a quel livello la si deve...

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La politica estera non è un argomento da comizi. Intendiamoci: lo si è sempre fatto e temiamo che non si smetterà di farlo. Solo che per portarla a quel livello la si deve snaturare, piegarla a finire illustrata come fosse paragonabile a una movimentata assemblea di condominio.

La giustificazione, più o meno esplicita, avanzata da chi la usa in questo modo è che "alla gente" non puoi spiegare sottigliezze che poi nasconderebbero la realtà ultima del problema, ma devi offrire la chiarezza di un presunto giudizio morale: di qui sta il bene, di là sta il male. Tanto i moti dell'opinione pubblica per chi ragiona così non sono poi vincolanti. Si raccoglie il consenso elettorale che mette in una posizione di potere (al governo o all'opposizione a seconda delle circostanze), poi raggiunte quelle ci si comporterà come suggerito dalle circostanze delle relazioni internazionali.

Ci si dovrebbe rendere conto che mettendola in questo modo un Paese corre grossi rischi. Le parole, soprattutto in epoche come la nostra in cui si moltiplicano nei sistemi di comunicazione, possono diventare pietre, anzi pietre d'inciampo.

Ormai si tocca quasi con mano la ricaduta per cerchi concentrici delle instabilità nelle relazioni internazionali, dei rinascenti imperialismi vecchio stile, delle tensioni che si riverberano sugli equilibri interni ai vari sistemi politici.

A chi giustamente osserva che si tratta di fenomeni che si sono sempre trovati nella storia e che dunque non c'è da preoccuparsi, va ricordato che in realtà i contesti sono stati nel tempo piuttosto diversi: si è passati da epoche in cui la politica estera veniva fatta da ristretti gruppi dirigenti tenendo fuori le popolazioni (che peraltro sopportavano le conseguenze sulla loro pelle, ma erano considerate una fatalità), ad epoche in cui ci sono state forme di educazione alla comprensione della politica estera in modo da coinvolgere anche l'opinione pubblica in quanto sarebbe stato deciso in quel campo.

Oggi ci troviamo, non solo in Italia, in un quadro in cui questo lavoro di educazione non viene quasi più esercitato. Non lo fanno i partiti politici che anzi quasi tutti hanno iscritto le relazioni internazionali nel contesto ben che vada del populismo, ma più ampiamente della demagogia. Non lo fa, se non in qualche nicchia riservata ad un pubblico ristretto, il sistema dell'informazione che predilige la rincorsa agli slogan ad effetto. Men che meno lo fa il sistema scolastico, dove la storia, disciplina che dovrebbe educare a comprendere alcune coordinate delle relazioni fra i soggetti internazionali, è stata marginalizzata e per quel tanto che è insegnata si occupa prevalentemente di argomenti sociali quando non di costume.

Stiamo parlando di un tema buono solo per eccitare qualche lamentela su un presunto buon tempo antico quando si crede che fosse piuttosto diffusa, almeno fra le parti più avvertite della popolazione, una attenzione per le relazioni internazionali? No, stiamo riflettendo sull'importanza di disporre di una opinione pubblica alfabetizzata a capire le difficoltà che stanno travagliando questi ambiti perché da essi dipenderà il nostro futuro.

Chi non è del tutto cieco vede come quanto avviene nei rapporti tra Stati impatta sulla nostra vita. Non si tratta solo del prezzo dei carburanti, delle risorse energetiche, del controllo dell'inflazione da prezzi, del progresso o del regresso di grandi sistemi di mutuo sostegno come in fondo è la UE, ma stiamo parlando di salvaguardia dei nostri sistemi democratici e dei nostri equilibri sociali e di civiltà.

Ciò che sta accadendo con il perdurare dell'aggressione russa all'Ucraina, con il delicatissimo problema della convivenza fra Israele e una comunità palestinese che deve trovare una sistemazione, con il risvegliarsi di una pluralità di appetiti imperiali in potenze grandi e meno grandi, con il risorgere degli egoismi nazionali in Europa che minano la vita del sistema di interconnessioni e solidarietà per quanto imperfetto e claudicante della UE, sono questioni che non si possono gestire con il festival delle demagogie di destra e di sinistra, ma che non si possono nemmeno delegare acriticamente alla gestione quasi privata di tecnici, veri o presunti che siano.
L'Italia è un anello della catena delle relazioni internazionali che in questo momento travagliano il mondo. Può diventare un anello debole se lasciamo la gestione di questo campo ad una classe politica e ad una opinione pubblica che si fanno condizionare dal fascino delle trovate demagogiche, le quali liberano dalla fatica di pensare e di agire con il necessario e prudente realismo. Potrebbe altrettanto rivelarsi un anello forte, magari anche più di quel che si possa immaginare, se classe politica ed opinione pubblica tirano fuori le capacità che hanno per affrontare con prospettive di successo un passaggio storico assai delicato.

È necessario che i ceti dirigenti di questo Paese mettano in secondo piano la lotta per determinare la preminenza di questa o quella fazione e si impegnino innanzitutto a risvegliare la coscienza nella cittadinanza della doverosa cooperazione nella ricerca di una responsabile collocazione dell'Italia nel tumultuoso momento che attraversiamo. Le risorse per gestire questa impresa ci sono, basta scovarle, risvegliarle, dare loro fiducia.
In fondo si tratterebbe di fare quel che già fu fatto in momenti difficili della nostra storia.

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