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VANNACCI – il patriarcato e la libertà col guinzaglio

Дата публикации: 25-08-2026 13:33:27

di Vicky Amendolia C’è una nuova emergenza nazionale e, distratti come siamo da guerre, debito pubblico, salari, sanità e pensioni, rischiavamo di non accorgercene: scarseggia il maschio mediterraneo. Per fortuna è arrivato Roberto Vannacci. Nel programma di Futuro Nazionale compare infatti una formula di rara potenza evocativa: «patriarcato mediterraneo». Una di quelle espressioni che appena...
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di Vicky Amendolia

C’è una nuova emergenza nazionale e, distratti come siamo da guerre, debito pubblico, salari, sanità e pensioni, rischiavamo di non accorgercene: scarseggia il maschio mediterraneo. Per fortuna è arrivato Roberto Vannacci. Nel programma di Futuro Nazionale compare infatti una formula di rara potenza evocativa: «patriarcato mediterraneo». Una di quelle espressioni che appena le leggi ti viene voglia di controllare se il programma politico porti quale data il 1962. Un autentico capolavoro di restyling vintage del ventennio, in chiave postmoderno.

Il generale vorrebbe uomini forti, capaci di dominare emozioni e passioni, disposti al sacrificio e pronti a proteggere le «nostre donne». «Nostre» è delizioso. Non le donne. Le nostre donne. Come le nostre coste, le nostre tradizioni, i nostri confini, le nostre cose tra cui, suppongo, le nostre olive taggiasche. Il maschio vannacciano, dunque, protegge. Rimane da individuare il nemico. Perché, se le donne devono essere protette dagli uomini cattivi mediante uomini forti, sorge spontanea una domanda persino a una femmina non adeguatamente patriarcalizzata: ma il problema, alla fine, non saranno mica gli uomini? Non vorrei guastare la festa virile.

Nel frattempo il programma è cresciuto e abbiamo scoperto che la protezione non si ferma lì: aborto che «non è un diritto», restrizioni alla RU-486, associazioni pro-vita nei consultori, maggiore tutela giuridica del concepito. La donna resta naturalmente libera di scegliere, pur subendo pressioni psicologiche vessative (ma con gentilezza). Solo che lo Stato, premuroso, si mette accanto a lei per suggerirle quale scelta preferirebbe. È il paternalismo 2.0: senza più il padre padrone, ma con parecchi tutori.

Naturalmente il nuovo pater familias non è un bruto. È un signore. Forte ma protettivo, autorevole ma amorevole, dominante soltanto quanto basta. Una specie di capofamiglia retrò sottoposto a restauro conservativo: abbiamo tolto la potestà maritale, cancellato la discriminazione penale sull’adulterio, eliminato il delitto d’onore, lucidato bene la carrozzeria e adesso possiamo finalmente riproporlo sul mercato come tradizione identitaria. Chilometri zero. Unico proprietario.

Del resto «patriarcato» suonava maluccio. Ma aggiungendo «mediterraneo» cambia tutto: con due foglie di basilico sopra potrebbe finire sul Gambero Rosso. Il marketing politico è una cosa seria.

Serissima anche la famiglia, purché sia quella giusta. Le unioni civili andrebbero abolite e il matrimonio dovrebbe tornare a essere l’istituto di coppia privilegiato perché la procreazione avrebbe rilievo pubblico. Sorge un modesto problema logico: che facciamo degli sposi sterili, degli ottantenni innamorati e delle coppie eterosessuali che non vogliono figli? Matrimonio provvisorio in attesa di concepimento? Certificato di fertilità allegato alle pubblicazioni?

Per favorire la natalità arriva persino il «mutuo tricolore», con interessi azzerati al terzo figlio. Asili, lavoro femminile, stipendi, servizi e conciliazione tra maternità e carriera sono faccende complicate. La raccolta punti è più intuitiva: al terzo bambino, signora, complimenti, ha vinto il tasso zero.

Il problema è che le donne italiane hanno avuto il cattivo gusto di impiegare parecchio tempo per liberarsi proprio di quel paradiso antropologico che oggi qualcuno vorrebbe restaurare. Hanno preteso di votare, lavorare, avere nel matrimonio gli stessi diritti del marito, divorziare e perfino decidere della propria esistenza. Nel 1968 la Corte costituzionale cancellò la discriminazione penale sull’adulterio femminile; nel 1975 la riforma del diritto di famiglia mandò in soffitta la supremazia giuridica del marito; nel 1981 sparirono delitto d’onore e matrimonio riparatore. Millenni di civiltà patriarcale demoliti per un capriccio di uguaglianza.

Poi arriva il 2026 e scopriamo che forse avevamo sbagliato strada.

Bisogna tornare al maschio forte.

Quello che domina le emozioni. E qui Vannacci mi preoccupa soprattutto per gli uomini, perché una concezione della virilità che considera la vulnerabilità quasi un difetto non libera il maschio: lo condanna a recitare il maschio cazzuto per tutta la vita. Non piangere, non avere paura, non vacillare, proteggi, combatti, domina le passioni, offri il petto. Una fatica bestiale.

Per prepararlo adeguatamente, nelle scuole superiori dovrebbero arrivare anche moduli di educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale. Nulla di scandaloso nell’insegnare cosa siano le Forze armate; qualcosa di più bislacco, se lo si inserisce in un modello che celebra contemporaneamente disciplina, virilità e uomo forte. La scuola dovrebbe formare cittadini coscienziosi, non caratteri conformi ad un modello unico prederterminato.

Ma le novità del programma di questo esemplare figuro prevedono che, poiché l’educazione non finisce a scuola, sia meglio dare un’occhiata anche al televisore: dalle 6 alle 23 restrizioni ai contenuti definiti «genderisti» e «omosessualisti» accessibili ai minori. Ora, che i bambini vadano protetti da contenuti sessuali inadatti alla loro età dovrebbe essere persino ovvio. Ma un contenuto è inadatto perché sessualmente esplicito, non perché racconta l’esistenza di un omosessuale. Altrimenti due uomini che si tengono per mano diventano propaganda, mentre mamma e papà che si baciano sono educazione civica. E qui la protezione dell’infanzia c’entra poco: si sta semplicemente insegnando ai bambini, per legge, quali affetti siano normali e quali debbano essere guardati con sospetto. È il capolavoro logico di chi combatte il pensiero unico: per sconfiggerlo basta sostituirlo con il proprio. E magari chiamarlo libertà.

Ed è proprio qui che emerge il filo che tiene insieme tutto il programma: la libertà viene celebrata finché conduce alle scelte considerate “giuste” dall’alto. Diventa improvvisamente sospetta quando una persona sceglie diversamente: quando una donna non vuole essere protetta, quando non vuole diventare madre, quando una coppia non corrisponde al modello della “famiglia naturale”, quando due persone dello stesso sesso pretendono che il loro amore abbia la stessa dignità degli altri. Insomma, liberi sì. Purché di essere come si è deciso che debbano essere: vale per chi ama la persona “sbagliata” e vale, tornando al nostro patriarcato mediterraneo, per la donna che pretende di non avere affatto bisogno di un maschio che la protegga. Forse è qui il paradosso più gustoso: questo culto ossessivo della virilità tradisce una fragilità quasi commovente. Una donna autonoma, colta, economicamente indipendente e capace di dire «no, grazie, faccio da sola» non dovrebbe costituire alcun problema per un uomo forte, a meno che il problema non sia proprio quello. Perché l’emancipazione femminile ha cambiato soprattutto una cosa: la donna non appartiene più a un uomo. Nel vecchio mondo i ruoli erano rassicuranti perché erano già scritti: lui comandava, lei accudiva; lui proteggeva, lei ringraziava. Non occorreva conquistare ogni giorno il rispetto dell’altro: bastava nascere con il cromosoma giusto. Comodissimo.

La modernità ha introdotto, invece, una seccatura terribile: la reciprocità. Bisogna essere scelti senza vantare diritti acquisiti, meritare amore e rispetto, confrontarsi con qualcuno che può guardarti negli occhi da pari e, se non le piaci, prendere la borsa e andarsene. Altro che offrire il petto alla Patria: per certi uomini, il vero atto eroico è sopravvivere a una donna che non chiede il permesso.

Personalmente non ho nulla contro l’uomo protettivo. Può essere meraviglioso, come può esserlo una donna protettiva. Due persone che si amano si proteggono, si sostengono e, quando serve, si sorreggono. Ma questo si chiama amore, non patriarcato.

Il patriarcato comincia quando qualcuno stabilisce in anticipo chi protegge e chi dev’essere protetto, chi conduce e chi segue, quale famiglia è quella giusta, quale scelta privata merita approvazione e quale libertà sia un po’ troppo libera.

Perciò lasciamo pure allo pseudo-generale il suo maschio mediterraneo: statuario, impavido, padrone delle emozioni, petto in fuori e sguardo fiero verso l’orizzonte. Noi donne moderne, nel frattempo, continueremo irresponsabilmente a studiare, lavorare, pensare, scegliere, amare e, quando necessario, proteggere anche gli uomini. Compresi quelli forti.

Per quelli fortissimi, invece, temo non ci sia nulla da fare.

Bisognerà aspettare che passi il patriarcato, o almeno che scemi l’eccesso di testosterone.

Vicky Amendolia, avvocato e giornalista, ha maturato una lunga esperienza nel diritto, nella consulenza per imprese ed enti pubblici e nel management, affiancandola da sempre all’impegno politico e civile. Attiva fin da giovanissima, ha ricoperto ruoli nel Movimento Federativo Democratico e nel Tribunale per i diritti del malato ed è stata tra i fondatori del Partito Popolare Italiano. Oggi è Vice Segretaria nazionale vicario di Socialdemocrazia SD e si riconosce nella tradizione del socialismo democratico, riformista, garantista ed europeista. Figlia del giornalista Lino Amendolia, scrive di politica, società, diritti e costume, con uno stile che unisce analisi, passione civile, ironia e libertà di giudizio. Siamo sempre felici di ospitarla in Redazione

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