Una celebrity di questo calibro ancora le mancava. Maria Grazia Chiuri – già direttrice creativa di Maison Dior e, da ottobre, passata a Fendi – ha vestito mezza Hollywood e molte popstar, ma ora affronta la sfida più singolare: ideare […]
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Una celebrity di questo calibro ancora le mancava. Maria Grazia Chiuri – già direttrice creativa di Maison Dior e, da ottobre, passata a Fendi – ha vestito mezza Hollywood e molte popstar, ma ora affronta la sfida più singolare: ideare il look giusto per Dante. Sì, proprio lui: Dante Alighieri. L’occasione? Inferno di Lucia Ronchetti, basato sulla cantica della Divina Commedia (con un epilogo scritto da Tiziano Scarpa).

Debutto il 19 febbraio al Teatro dell’Opera di Roma; sul podio Tito Ceccherini, regia di David Hermann, con Tommaso Ragno nel ruolo narrante del poeta e i cantanti lirici Laura Catrani, Leonardo Cortellazzi, Andreas Fischer in quelli di Francesca da Rimini, Ulisse e Lucifero.
Maria Grazia Chiuri, l’intervista alla stilistaChe cosa l’ha attratta di più nel progetto?
Sono sincera: tornare a collaborare con Lucia (la compositrice italiana più eseguita all’estero, ndr). Avevo voluto una sua creazione per accompagnare una sfilata del 2021 e lei lo stesso anno – quando era alla guida della Biennale Musica di Venezia – mi aveva chiamata per Moving Still-Processional Crossing di Marta Gentilucci. Da quell’incontro è nata un’amicizia. Di fronte a questa proposta, però, mi sono sentita inadeguata: “Non sono ferrata nelle sonorità contemporanee e il mio lavoro è diverso” le ho spiegato. Alla fine, un po’ per la sua energia travolgente, un po’ per la mia curiosità verso mondi nuovi e linguaggi che possono convivere, ho capitolato. Ed eccoci qua!
È così diverso l’approccio a una collezione o a costumi di scena?
In una collezione sei tu il “regista”, per quanto debba tener contro dell’heritage, della tradizione storica del marchio. Sul palco, invece, sei al servizio di qualcuno e della sua visione. Che in questo caso, per fortuna, era nelle mie corde: Hermann ha portato l’azione nel presente, il taglio è contemporaneo. Essendo tedesco è “libero”, non ha il nostro immaginario, forgiato dalle illustrazioni cupe e monumentali di Gustave Doré. Il bello del lavoro collettivo è che ognuno è all’ascolto dell’altro, c’è un confronto continuo seguito dall’impegno comune perché il risultato funzioni.
Il bozzetto del costume di Dante, che nell’opera “Inferno” sarà interpretato da Tommaso Ragno.
«L’interpretazione visiva è concettuale, raffinata. Sarà interessante il contrasto con la musica che, al contrario, è calda e furiosa» ha anticipato Ronchetti.
Il compito è stato rappresentare un uomo di oggi, smarrito, in crisi, che affronta un viaggio all’interno di una casa scendendo di piano in piano – e non all’Inferno. Per quanto a volte anche le case siano degli Inferni… (sorride). Fra parentesi, da Giotto in poi l’Alighieri è rappresentato con tunica rossa e copricapo, eppure non ci sono evidenze storiche, dipende solo dalla convenzione: nel Medioevo il rosso simboleggiava autorità e prestigio. Il poeta ha uno stile urban, con giaccone e pantaloni a effetto consumato.
E Francesca?
A lei abbiamo lasciato un aspetto ugualmente moderno ma più romantico, in chiffon e pizzo.
Per la compositrice «la Divina Commedia è una Bibbia studiata e ristudiata, il primo libro erotico e horror avuto tra le mani». Per lei?
L’avevo affrontata a scuola come ogni materia obbligatoria, senza particolari approfondimenti: ero interessata soprattutto alla storia e alla storia dell’arte. Accettato l’incarico mi sono messa con impegno leggendo più saggi possibile e ascoltando pure i podcast di Alessandro Barbero. All’epoca ti colpivano personaggi come Ulisse e invece, con la consapevolezza odierna, il più interessante è lo stesso Dante: riesce a descrivere sé, il suo tempo, le varie tipologie umane. Di base è un’autobiografia, comunque nei versi ci si può identificare ancora adesso. Sottolinea l’importanza dell’amore come motore universale, parla di etica e decadenza politica, di esilio e sradicamento… Mi auguro che l’opera di Lucia – presentando in maniera sorprendente qualcosa che si pensa di conoscere – riaccenda la curiosità del pubblico sul testo.
Chiuri ha disegnato i costumi di “Moving Still-Processional Crossing” di Marta Gentilucci, presentato alla Biennale di Venezia del 2021 (Photo Andrea Avezzu_Courtesy La Biennale di Venezia).
Lei ha spesso allargato il suo campo, sia collaborando con artiste sia lasciandosene ispirare.
Credo che la moda sia interconnessa con l’arte. Certo, il legame con i brand enfatizza la valenza commerciale e in qualche modo la rende “mal giudicata”. Si perde di vista che, fra le espressioni artistiche iniziali, dopo le pitture nelle grotte, c’è la tessitura: ricordiamo la tela di Penelope! Non è un caso, si tratta davvero di un’espressione culturale e politica: parla del corpo, di come cambia il corpo, di come, in definitiva, cambia la società.
Quando era direttrice creativa di Dior, Chiuri ha disegnato per il Teatro dell’Opera di Roma i costumi di “Nuit Blanche” con Friedemann Vogel ed Eleonora Abbagnato (Photo: Yasuko Kageyama).
La prima volta in cui ha scoperto il suo interesse per l’arte?
C’è sempre stato e la ragione è banale: sono nata a Roma e qui ogni cosa è arte. Il fatto che la mia famiglia (padre militare, madre sarta, ndr) abitasse sulla Cassia, a Nord della città, rendeva i monumenti del centro “aspirazionali”. Al liceo ho avuto un fantastico professore che ci guidava ogni sabato in giri tematici nel Barocco: non ne perdevo uno! In compenso, ero vicina al Parco di Veio: mi affascinavano le rovine archeologiche etrusche.
Quando era direttrice creativa di Dior, Chiuri ha disegnato per il Teatro dell’Opera di Roma i costumi di “Nuit Romaine”. Qui Rebecca Bianchi in uno scatto del 2022 durante la registrazione a Palazzo Farnese (Photo: Francesco Demichelis).
E la prima volta in cui ha capito quale sarebbe stata la sua strada?
Non saprei. Al tempo non c’era un’attitudine “pianificatoria”: a scuola la preoccupazione era trovare un lavoro per poterci mantenere, un discorso pratico. Mi piaceva anche la prospettiva di un posto in biblioteca… Credo che questo si sia trasformato in un grande motore: non accanirsi nel prefigurare le situazioni ti permette di essere più aperta verso le possibilità.
Infatti…
La fine delle superiori ha coinciso con l’apertura dello IED (Istituto Europeo di Design, ndr) e mi sono iscritta, spinta semplicemente dalla passione per il disegno. La moda non era qualcosa di “vicino”: non esisteva il concetto di “direttore creativo”. Non c’era lo stilista: c’era il signor Valentino, che era anche il proprietario dell’azienda…C’erano le sorelle Fendi. Erano imprese piccole, spesso familiari. La mia generazione ha vissuto un cambiamento enorme.
Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Fendi. (Photo: Paola Mattioli).
Con l’acquisto del Teatro della Cometa a Roma, ai suoi ruoli ha aggiunto quello di mecenate. Che cosa l’ha spinta?
Inconsapevole follia, incoscienza: mio marito (Paolo Regini, imprenditore nel settore camiceria, ndr) ci ha provato, poverino, a dirmelo! Pure lì non c’era un progetto, c’era la solita curiosità pazzesca: mi attraeva la figura di Mimì Pecci-Blunt che lo aveva rilanciato nel 1958 per farne una specie di salotto. Una donna che ha vissuto tra Parigi, Roma, Lucca, New York; ha conosciuto chiunque,da Jean Cocteau a Igor Stravinsky, da Sergej Diaghilev a Salvador Dalí… È stata antesignana fra le mercanti d’arte in Italia con la Galleria La Cometa, fondata nel 1935: nell’archivio abbiamo trovato i testi delle mostre che presentava firmati da Moravia, da Ungaretti. Nel 1930 organizzò una festa, il Bal Blanc, che venne fotografata da Man Ray… Impossibile non restare affascinati da una persona del genere!
I costumi di “Chapter 3: The Brutal Journey of the Heart” di Sharon Eyal, andato in scena per la prima volta nel 2019, sono di Maria Grazia Chiuri. (Photo by Stefan Dotter for Dior).
Ispirarsi a “pioniere” è una sua costante.
Più che altro, visionarie. E misconosciute, come certe artiste degli anni Settanta che hanno infranto le convenzioni e di cui si è persa la memoria. Nella Storia dell’arte italiana di Giulio Carlo Argan, su cui ho studiato, non era citata neppure una donna!
Lei si è spesa parecchio per la causa: celebri le sue t-shirt con su scritto “We Should All Be Feminists”, dal titolo del saggio di Chimamanda Ngozi Adichie. Con quello che sta succedendo nel mondo adesso, però, la prospettiva femminista non sarà insufficiente? Non ci sarà bisogno di una sorta di “umanesimo”?
La cosa più importante in assoluto è tornare a lavorare assieme. Il grande problema da affrontare è l’eccessivo egoriferimento, il narcisismo. Manca il senso di comunità.