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"Dallo scoppio della guerra in Ucraina, più nessuno contesta la necessità del riarmo"

Дата публикации: 20-04-2026 06:41:47

L'esercito svizzero ammette esso stesso di non essere in grado di difendersi in caso di attacco. Come colmare queste lacune e finanziare lo sforzo di riarmo del Paese? Ne abbiamo dibattuto con due ospiti nel nuovo episodio del nostro podcast Let's Talk. "Chi non è in grado di rispondere a un'aggressione non ha più voce in capitolo". Per Patrick Mayer, maggiore dell'esercito svizzero e consulente per le questioni di difesa e sicurezza, questa affermazione vale oggi anche per la Svizzera. Egli descrive una situazione preoccupante per l'apparato di difesa del Paese. L'ex capo dell'esercito, Thomas Süssli, aveva lui stesso ammesso le lacune del Paese in materia di difesa. "Non possiamo far fronte a un attacco su vasta scala", aveva dichiarato, alla fine dello scorso anno, sulla Neue Zürcher Zeitung (NZZ). Mentre i Paesi europei si sono impegnati a destinare il 5% della spesa pubblica alla difesa, la Svizzera investe attualmente solo lo 0,7% del PIL nell’esercito, quota che dovrebbe ...

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L'esercito svizzero ammette esso stesso di non essere in grado di difendersi in caso di attacco. Come colmare queste lacune e finanziare lo sforzo di riarmo del Paese? Ne abbiamo dibattuto con due ospiti nel nuovo episodio del nostro podcast Let's Talk.

Questo contenuto è stato pubblicato al 20 aprile 2026 - 08:41

8 minuti

Corrispondente a Palazzo federale per SWI swissinfo.ch, decodifico la politica federale per le svizzere e gli svizzeri all’estero. Dopo gli studi presso l’Accademia di giornalismo e dei media dell’Università di Neuchâtel, il mio percorso professionale mi ha dapprima portato nei media regionali, nelle redazioni del Journal du Jura, di Canal 3 e di Radio Jura bernois. Dal 2015, lavoro nella redazione multilingue di SWI swissinfo.ch, dove continuo a svolgere il mio mestiere con passione.

Sono un produttore di Visual Storytelling specializzato in produzioni multimediali di lunga durata e a puntate. Collaboro con i giornalisti per migliorare gli strumenti e i flussi di lavoro nelle varie lingue, garantire la conformità allo stile dei contenuti e guidare la ricerca e l'implementazione di tecniche visive innovative. Nato in Italia e cresciuto in Africa, ora chiamo casa la Svizzera. Ho studiato regia alla Scuola Nazionale di Cinema e ho lavorato come montatore e regista/produttore di documentari a Berlino e Vienna. Sono specializzata nella creazione di narrazioni multimediali coinvolgenti.

  • English

    ‘Since the war in Ukraine, no one disputes the need for rearmament’

  • Deutsch

    Die Schweizer Armee braucht Geld, aber es fehlt am Willen – warum eigentlich? originale

  • Français

    «Depuis la guerre en Ukraine, plus personne ne conteste la nécessité du réarmement»

“Chi non è in grado di rispondere a un’aggressione non ha più voce in capitolo”. Per Patrick Mayer, maggiore dell’esercito svizzero e consulente per le questioni di difesa e sicurezza, questa affermazione vale oggi anche per la Svizzera. Egli descrive una situazione preoccupante per l’apparato di difesa del Paese.

L’ex capo dell’esercito, Thomas Süssli, aveva lui stesso ammesso le lacune del Paese in materia di difesa. “Non possiamo far fronte a un attacco su vasta scala”, aveva dichiarato, alla fine dello scorso anno, sulla Neue Zürcher Zeitung (NZZ)Collegamento esterno.

Mentre i Paesi europei si sono impegnati a destinare il 5% della spesa pubblica alla difesa, la Svizzera investe attualmente solo lo 0,7% del PIL nell’esercito, quota che dovrebbe salire all’1% entro sei anni. “La Svizzera, che vive da decenni in un’oasi di pace nel cuore dell’Europa, fatica a comprendere che il contesto esterno è diventato meno sicuro e che bisogna adattarsi”, ritiene Patrick Mayer.

Florent Quiquerez, corrispondente parlamentare per le testate francofone di Tamedia, condivide questa constatazione: “Per anni, la Svizzera ha approfittato dei dividendi della pace. Quando era necessario risparmiare, si tagliava nel bilancio dell’esercito, perché si riteneva che, al centro di un continente in pace, ce lo si potesse permettere”. Secondo lui, la guerra in Ucraina ha cambiato le mentalità a una velocità folgorante: “Oggi, più nessuno contesta la necessità del riarmo, neanche tra le file della sinistra”.

Tuttavia, oggi la Svizzera paga le conseguenze di decenni in cui gli investimenti nella difesa sono stati trascurati, secondo entrambi gli esperti. “Abbiamo un esercito che non è più adeguato alle sfide attuali”, constatano.

Nessuna fonte di finanziamento ottiene una maggioranza

Sebbene esista un consenso politico sulle necessità da colmare in materia di difesa, il modo di finanziare questi investimenti è fonte di forte divisione. Il Consiglio federale vorrebbe aumentare l’imposta sul valore aggiunto (IVA) di 0,8 punti percentuali (dall’8,1% all’8,9%) per fornire mezzi supplementari all’esercito, ma la proposta per il momento non convince né la popolazione né il Parlamento.

Florent Quiquerez rileva tuttavia che l’opinione pubblica potrebbe evolvere rapidamente in funzione del contesto di sicurezza internazionale. “Un voto popolare su un aumento dell’IVA non avverrà subito. Se, nel frattempo, la guerra in Ucraina dovesse estendersi alla Moldavia o ai Paesi baltici, il provvedimento potrebbe essere accettato”, ritiene.

Sono state menzionate anche altre piste di finanziamento: utilizzare gli utili della Banca Nazionale Svizzera (BNS), vendere le azioni di Swisscom di proprietà della Confederazione, aumentare il debito pubblico o introdurre nuove imposte. Ma Florent Quiquerez ci crede poco: ricorda che queste idee sono già state avanzate a più riprese per altri dossier, senza successo. “Il Parlamento non ha nemmeno voluto prendere in considerazione l’utilizzo degli utili della BNS per finanziare l’AVS, un sistema in cui l’intera popolazione svizzera ha fiducia. Non vedo per quale miracolo questa opzione dovrebbe tornare sul tavolo per finanziare l’esercito”, afferma.

Il giornalista osserva anche che la responsabilità di trovare una fonte di finanziamento spetta al Parlamento, se non vuole un aumento dell’IVA. “Se i parlamentari non vogliono la soluzione del Consiglio federale, dovranno imbastire un nuovo progetto. La pressione ora è su di loro”, ritiene.

Perdita di fiducia o tendenza a vedere il bicchiere mezzo vuoto?

Il fatto che nessuna opzione di finanziamento seduca la maggioranza dell’elettorato non è sintomo di una perdita di fiducia nei confronti dell’esercito, secondo Patrick Mayer. “Penso che si tratti piuttosto di un problema di comprensione o di presa di coscienza della serietà della situazione securitaria”, constata. Il maggiore deplora il fatto che piovano critiche, senza che nessuno proponga soluzioni.

Florent Quiquerez non è dello stesso avviso. Osserva che i ritardi e i sovraccosti che interessano diversi progetti del Dipartimento federale della difesa (DDPS) vengono regolarmente utilizzati dalla sinistra per opporsi agli aumenti dei bilanci militari. “È essenziale risolvere questi problemi affinché la popolazione accetti d’investire nell’esercito, avendo la garanzia che il suo denaro non sarà sprecato”, osserva.

Patrick Mayer, tuttavia, sfuma questa visione, rammaricandosi di una tendenza a “vedere il bicchiere mezzo vuoto piuttosto che mezzo pieno”. “L’esercito è certamente datato, ma ha comunque investito in settori chiave e dimostra lucidità sulle proprie necessità. Le reclute non lavorano con strumenti risalenti al Medioevo”, sottolinea.

Acquistare locale o rinunciare a una parte della propria sovranità

Intervistato nell’ambito di Let’s Talk, Luc Jeannin-Naltet, delegato al Consiglio degli Svizzeri dell’estero per la Francia e riservista in seno all’esercito francese, ha anche affrontato la questione degli acquisti di materiale militare. Secondo lui, è essenziale acquistare a livello locale al fine di stimolare l’industria nazionale e l’occupazione.

“Questo, però, non si adatta affatto alla cultura politica ed economica della Svizzera”, precisa Patrick Mayer, ricordando che l’esercito svizzero è di dimensioni modeste in confronto al suo omologo francese. “Certo, auspico che si acquisti il più possibile all’interno della Confederazione. Ma l’industria degli armamenti elvetica non può sopravvivere unicamente grazie alle commesse dell’esercito svizzero: deve poter esportare”, afferma.

La Svizzera ha in particolare scelto di acquistare aerei da combattimento statunitensi F-35, piuttosto che un modello europeo. La Confederazione pensava di disporre di un prezzo fisso, cosa che alla fine non ha trovato conferma: otterrà solo 30 velivoli, contro i 36 previsti, per 6,4 miliardi di franchi. Ciononostante, Florent Quiquerez si rifiuta di parlare di errore strategico. “È difficile riscrivere la storia con qualche anno di distanza. Il contesto è completamente cambiato: quando la Svizzera ha deciso di acquistare l’F-35, gli Stati Uniti erano un Paese alleato. Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, le cose sono cambiate”.

Il giornalista sottolinea anche la questione di sovranità legata a questi acquisti. “Si dice spesso che scegliere un aereo significa scegliere a chi si accetta di cedere una parte della nostra sovranità”. In questa prospettiva, riconosce che qualche anno fa gli USA sembravano una scelta logica. “Oggi, ovviamente, preferiremmo che questa parte tornasse all’Europa”, ritiene.

Patrick Mayer aggiunge che considerazioni strategiche devono essere prese in conto durante l’acquisto di armamenti. “Non si tratta solo di lanciare una gara d’appalto e di scegliere l’offerta più vantaggiosa, ma di cercare cooperazioni con Paesi che rispettano la nostra neutralità armata”, afferma il maggiore.

Articolo a cura di Samuel Jaberg

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