Quattro film, quattro nomination all’Oscar. Se accadesse, Sandra Hüller farebbe la storia. E considerato che raramente abbiamo incontrato una persona più schiva, non sappiamo se augurarglielo. Quattro film, 4 nomination all’Oscar? Intervista con Sandra Hüller La macchina in ogni caso […]
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Quattro film, quattro nomination all’Oscar. Se accadesse, Sandra Hüller farebbe la storia. E considerato che raramente abbiamo incontrato una persona più schiva, non sappiamo se augurarglielo.
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Sandra Hüller in Chanel alla prima di “Digger” il 28 settembre 2026 a Los Angeles. (Photo by Amy Sussman/Getty Images/Courtesy Chanel)
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La macchina in ogni caso si è messa in moto e l’attrice tedesca che aveva in programma di lavorare solo in teatro e solo in patria, che al cinema è arrivata quasi per caso (noi l’abbiamo conosciuta in Vi presento Toni Erdmann di Maren Ade del 2016, si può vedere su Raiplay), ha imparato le lingue (il francese per Anatomia di una caduta) e ha finito per condividere il set con Ryan Gosling in un film che ha incassato 700 milioni di dollari (Project Hail Mary, prima nomination come non protagonista, secondo i pronostici) e poi con Tom Cruise nella commedia nera apocalittica Digger diretta da Alejandro González Iñárritu, appena uscita al cinema***.
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Le due nomination come attrice protagonista sarebbero invece per Rose, di Markus Schleizer (Orso d’oro per lei alla Berlinale, inedito da noi), in cui interpreta una donna che si fa passare per un uomo (all’Academy questo piacerà tantissimo) nell’Austria del 17esimo secolo e Fatherland di Paweł Pawlikowski (miglior regia all’ultimo festival di Cannes) in cui è Erika Mann, la figlia dello scrittore tedesco Thomas Mann (interpretato da Hanns Zischler, qualcuno lo ricorderà in Nel corso del tempo di Wim Wenders, 1976).
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Sandra Huller e Hanns Zischler in “Fatherland”.
Nel 1949 Mann torna in Germania, da cui è fuggito per vivere da esule in California. È l’inizio della Guerra fredda e il Paese è spaccato in due. Mann, accompagnato dalla figlia, dovrà rendere omaggio a Goethe e l’omaggio sarà doppio, anzi bipolare: a ovest, a Francoforte dove Goethe è nato, e a est, a Weimar, dove è morto. Ammirato, adulato, perché gloria nazionale (vinse il Nobel nel 1929), ma quasi mai benvenuto. Durante quel viaggio, arriva la notizia che il figlio ribelle, Klaus, mal amato dal padre, adorato dalla sorella, è morto di overdose, forse suicida.
Fatherland racconta un episodio solo in apparenza marginale nella biografia di Mann, ci mette di fronte allo spettro della frattura europea, sempre più profonda. Le nostre radici decidono il nostro destino. Dopo averla vista in La zona d’interesse in cui era “La regina di Auschwitz”, e ora in questo film, viene spontaneo pensare che lei senta il peso di rappresentare la storia, e la storia del luogo da cui proviene.
«Prima di tutto non vado in cerca di progetti che abbiano questo come tema. Nel caso di La zona d’interesse, è un peso giustamente meritato, se si vuole definirlo così. È qualcosa di catartico, semmai».
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In passato ha parlato anche di senso di colpa collettivo. Questo film è radicato nella storia tedesca, ma affronta anche temi universali. Possiamo tutti immedesimarci. Quindi, perché senso di colpa collettivo?
«Ricordo che era stato un giornalista a chiedermi se sentissi la colpa. E io… ich bejahte das, ho confermato, ho detto di sì, che io… voglio dire, noi tedeschi, se si parla di identità nazionale, è chiaro che dobbiamo fare i conti con il passato e con il dolore che i cittadini, le persone che hanno vissuto e governato il mio Paese hanno provocato al mondo. Molto di quello con cui abbiamo a che fare oggi ha origine in quella guerra e in quella violenza. Ma, allo stesso tempo, è un tema universale. Quando giravamo La zona d’interesse ne parlavamo: come sarebbe il mondo senza il fascismo, se l’Olocausto non fosse avvenuto, per esempio. Ed è qualcosa che non riusciamo nemmeno a immaginare. Ecco perché quello che racconta Fatherland credo tocchi anche persone che non hanno familiarità con Thomas Mann, la famiglia Mann, la storia tedesca e bla bla bla…»
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Sandra Huller è Erika Mann in “Fatherland”.
Mann, durante uno dei discorsi che tiene nel film, dice che Goethe «ha resistito al culto della morte del romanticismo tedesco, e così facendo ha fornito una risposta al problema tedesco». Quello che all’epoca era il problema tedesco forse ora è un problema mondiale.
«Sì, ma è comunque sorprendente. Il solo fatto che un regista polacco abbia fatto questo film su una famiglia tedesca la dice lunga. Coinvolgendo coproduttori da Paesi diversi, dall’Italia e dalla Francia: questo ci dice che forse la questione è interessante per tutti, o per più persone di quante pensassimo. Il culto della morte, appunto…»
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E il film parla anche di dialogo, o della mancanza di dialogo, tra generazioni. Lei viene dal mondo che c’era “oltre il muro”. Era solo una bambina quando il muro è caduto. Che rapporto aveva con il vecchio mondo e poi con il nuovo mondo arrivato così all’improvviso?
«Quel momento non ha segnato solo un cambiamento nella politica mondiale, per me ha rappresentato la fine dell’infanzia. Avevo 11 anni quando è successo. E poi c’è una questione di prospettiva. Lei dice che stavo “oltre il muro”, per me eravate voi a stare oltre il muro».
Giusto…
«Dipende da dove ti trovi, no? Sebbene sia stato doloroso e spaventoso, sono grata per questa esperienza, il cambiamento di un sistema che avviene dall’oggi al domani. È qualcosa che ti rende molto consapevole dei piccoli terremoti della vita. In un certo senso affina il tuo sguardo e i tuoi sentimenti».
Sandra Hüller: «Il teatro mi ha salvato»In quel momento per lei il teatro è stato la salvezza. L’inizio di una vocazione è così eloquente, dice molto su ciò che una persona, un’artista, diventa in seguito. Come è stata quella fase in cui ha trovato la sua strada?
Il teatro, prima di ogni altra cosa, per me è uno spazio sicuro per pensare insieme. Senza giudizio. È questo che lo rende davvero prezioso e raro di questi tempi. La prima discussione avviene tra di noi, gli attori, il regista, senza il pubblico. Traiamo conclusioni da ciò a cui abbiamo pensato insieme. E poi presentiamo al pubblico quello che abbiamo condensato: lì mettiamo tutti i nostri sentimenti, quello su cui abbiamo lavorato per sei, otto settimane, tutto si compone in quel momento in cui saliamo sul palcoscenico davanti agli spettatori. Tutta la nostra storia condivisa. È qualcosa di veramente magico ( ride ). Ach ja, eh già, non conosco nessun altro spazio che faccia questo. Nel cinema è diverso, perché mandi il materiale al montatore, altre persone prendono decisioni. A teatro invece c’è questo gruppo di persone che fa tutto da sé, inclusi tutti quelli che non sono sul palco. Molte arti vivono nella solitudine, il teatro è fatto da un gruppo di persone dove, idealmente, ognuno ha lo stesso valore.
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Sandra Huller in Digger.
Ora probabilmente ha meno tempo da dedicarvi. Toni Erdmann è stato un grande “wow”, tutti l’hanno notata. E poi ha affiancato cose molto piccole e anche kolossal. Quando le hanno proposto un film con Tom Cruise, qual è stato il suo primo pensiero?
«Be’, non era “qualcuno”, era Iñárritu, quindi fa la differenza. Non so se sarei stata in grado di lavorare a Mission Impossible. Non ne sono sicura. Ma in questo progetto, e con il modo di lavorare di Alejandro mi è sembrato fattibile».
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Sentiva di potersi adattare?
«Sentivo di poter provare ad adattarmi (ride). Sì, dobbiamo sempre partire dai piccoli passi. Fatherland, per esempio, è un film in apparenza piccolo (dura 82 minuti, titoli compresi, ndr), ma dietro c’è un lavoro incredibile. Abbiamo letto e discusso molto sul testo. Sul set c’erano molte persone che conoscevano bene l’opera di Thomas Mann, tutti hanno contribuito».
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La conosceva anche lei?
«No» ( ride ).
Non si studia Thomas Mann in Germania?
«Sì, a scuola abbiamo letto Tonio Kröger, ma io non sono andata oltre».
Tutto qui?
«Tutto qui (ride). Tonio Kröger è una novella fantastica. Ma avevo 14 anni, a chi importa a quell’età?
Il personaggio di Erika in FatherlandE qual è la percezione che le persone hanno di Thomas Mann in Germania oggi? È ancora, come si dice, «strattonato tra Topolino e Stalin» come era all’epoca?
«Non lo so, ma ricordo che era un po’, come dire, disprezzato? Svergognato per essersene andato. Glielo chiedono anche nel film perché non abbia scelto l’esilio interno. A pensarci oggi, le ragioni per cui veniva biasimato restano per me incomprensibili: se fosse rimasto, dopo il discorso che aveva fatto (“Un appello alla ragione”, tenuto a Berlino nel 1930, in cui metteva in guardia i suoi compatrioti sul pericolo nazista, ndr ), sarebbe stato ucciso».
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E come ha dato vita a Erika? Era una donna originale, giornalista, pilota di rally, bisessuale, ex moglie di un attore collaborazionista su cui il fratello Klaus scrisse Mephisto, libro da cui István Szabó trasse un celebre film.
«Non sapevo molto di lei. Sapevo della relazione molto stretta con il fratello. Sapevo delle sue folli avventure, il teatro politico, la sua sessualità, le corse automobilistiche, i reportage di guerra e i libri che ha scritto, naturalmente. E che ha aiutato il padre a plasmare la sua opera in un modo di cui penso oggi non si parli molto. Lui era molto interessato alla sua opinione su ciò che scriveva. Ho iniziato a leggere le lettere che ha scritto al padre per capire come si comportava con lui. Quello era importante per me».
Quattro film in un anno: irripetibile?
«Ah, ma ne ho girati altri due, uno su Ingeborg Bachmann (Ingeborg Bachmann – Qualcuno che una volta ero io, di Regina Schilling, che si vedrà alla Festa di Roma, ndr) e poi un piccolo documentario… ( ndr: In realtà ce ne risulta un altro, Work and Structure di Maria Schrader in cui interpreta ancora un uomo, lo scrittore e artista tedesco Wolfgang Herrndorf, ma questo lo vedremo nel 2027. Per non esagerare)».
*** Dopo aver chiuso l’intervista in tipografia abbiamo potuto vedere Digger. Difficile che Sandra venga candidata all’Oscar per il film di Alejandro González Iñárritu, prima di tutto perché è in scena per poco più di 5 minuti. E poi perché non è mai stata diretta tanto male. Il film ha tutte le carte in regola per essere un flop anche al botteghino, come scrive Variety.