L’ultimo bilancio è arrivato dall’Organizzazione mondiale della sanità solo il 29 settembre scorso: il bollettino tra 2019 e il 2025 in 10 Paesi dà conto di 3.847 casi sospetti e...

L’ultimo bilancio è arrivato dall’Organizzazione mondiale della sanità solo il 29 settembre scorso: il bollettino tra 2019 e il 2025 in 10 Paesi dà conto di 3.847 casi sospetti e 423 decessi, corrispondenti a un tasso di mortalità dell’11%.
La maggior parte dei casi, nella Repubblica democratica del Congo (RDC) e dal Madagascar, dove la peste rimane endemica in alcune aree.
Ma “la peste può manifestarsi anche in Paesi che non segnalano casi, e il numero annuale di casi varia a seconda della tempistica, della localizzazione e dell’entità delle epidemie”, sottolineano dall’Oms con una notazione che calzerebbe a pennello con la vicenda della ricercatrice di 28 anni morta in Siberia nell’ospedale di Shelekhov, in seguito a un incidente forse nell’apertura di una fialetta infetta.
«In un solo anno nel 2018 mi risultano 248 casi il 98% dei quali in Madagascar e in RDC», spiega Antonio Cascio, professore di Malattie infettive presso l’Università di Palermo, direttore di Malattie infettive e del Centro di riferimento regionale Aids presso il Policlinico Giaccone di Palermo e membro della Società italiana di Malattie infettive Simit.
Che dà conto di cause, rischi e possibili terapie per la patologia che nell’immaginario degli italiani è per sempre scolpita dalla descrizione che Alessandro Manzoni ne fece ne “I promessi sposi”.
Come si arriva al contagio?
«La peste generalmente è trasmessa dal morso di una pulce infetta, la pulce del ratto chiamata Xenopsylla Cheopis, ma si può acquisire anche attraverso un contatto diretto con animali o persone infette o per via aerea».
Andando in ordine decrescente di possibilità di contagio, si trasmette poi per contatto diretto con animali o persone infette, a esempio con graffi o manipolazione di carcasse; per inalazione di droplet cioè goccioline infette trasmesse da un animale o da una persona malati; infine, ed è il caso più raro, mangiando carne cruda contaminata.
Le forme cliniche possono essere diverse: nella più comune che è la peste bubbonica del Manzoni si formano grossi linfonodi al collo e nell’ascella, con febbre alta e mal di testa e si arriva alla setticemia se non si è curati. Poi esiste una forma che si manifesta con sepsi, una forma emorragica che causa gangrene alle estremità e per questo si chiama “morte nera”.
Infine c’è la peste polmonare.
Che è il caso della ricercatrice siberiana...
Qui parliamo di una polmonite fulminante che avviene con tosse e un espettorato con sangue. Ha una mortalità del 100% e supera il 50% anche se viene trattata con gli antibiotici giusti. Fulminante, perché l’incubazione va da poche ore a sei giorni in base ai bacilli respirati e si muore in 24-48 ore.
Citava le terapie: cosa abbiamo a disposizione?
Funzionano i classici antibiotici “antichi” e poco costosi come la gentamicina, il ciproxin o le tetracicline: quindi non c’è un problema di farmaci disponibili ma se ci si trova lontani da un centro medico come avviene nei Paesi in via di sviluppo, si perde tempo e la malattia va avanti.
Nel caso della scienziata deceduta in Siberia, immagino che abbia preso subito gli antibiotici davanti al contagio ma la forma polmonare è la più letale.
Mentre per la “bubbonica” la mortalità stimata si attesta sul 15-17% ma nell’era pre antibiotica si moriva nel 75% dei casi.
Ci sono dei test utili?
Esistono test diagnostici precisi e affidabili come la Pcr ma è difficile farli in contesti come la savana. Di fatto quindi la diagnosi è clinica: se compare il bubbone o in caso di gangrena al naso o alle dita, il tempo per la diagnosi non c’è.
A che punto è la ricerca sui vaccini?
Al momento la ricerca più avanzata è in sperimentazione di Fase II ma oggi non disponiamo di vaccini contro la peste. Quello elaborato in Unione Sovietica nel 1908 era tossico e quindi non commercializzato.
Nel caso della peste polmonare, è possibile confondere i sintomi con quelli influenzali?
No perché con la peste polmonare si ha una grave insufficienza respiratoria e un espettorato con sangue che non è sintomo di influenza. Inoltre nel caso della peste polmonare, la malattia evolve molto rapidamente.
Poiché siamo tutti ancora traumatizzati dal Covid: a suo avviso si può “stare tranquilli” dopo questo caso?
Nel momento in cui c’è un caso, questo dev’essere subito ricoverato in un reparto di malattie infettive ad alto isolamento ma purtroppo questa procedura nei Paesi dove la malattia è endemica spesso è difficilissimo.
Nel caso avvenuto in Siberia - se parliamo di incidente di laboratorio - non c’è il pericolo che si possa diffondere come è accaduto per il Covid. Fondamentale è isolare i possibili contatti, così come ci dicono sia avvenuto, mettendoli in quarantena ed è verosimile che a tutti siano stati somministrati antibiotici. Pare inverosimile che possa originarsi un’epidemia.
Del resto, non è il primo caso accaduto in laboratorio: negli Stati Uniti sono stati riportati quattro casi di peste acquisita da ricercatori e nel 2009 c’è stato un decesso a Chicago, di uno scienziato alle prese con un ceppo attenuato mentre lavorava a un vaccino.
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