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Totti esclusivo, l'intervista per i 50 anni: "Cosa sognavo? Di giocare con Ronaldo"

Дата публикации: 29-09-2026 05:40:17

La seconda parte della lunga chiacchierata tra il mitico capitano giallorosso e il direttore del Corriere dello Sport-Stadio: tutti i dettagli

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Francesco, hai detto che dal 2001 al 2008 eri imbarazzante.

«Sì». Accompagna la risposta con un sorriso largo, uno dei suoi.

Un giocatore italiano che - un’idea io ce l’ho - si avvicinava a quel Totti?

«Tutti dicevano Mancini, però io non è che l’ho vissuto, ero quasi all’inizio. Anche lui alla Sampdoria faceva il trequartista, la prima punta, un po’ tutto. Ma non gli stessi gol che ho fatto io».

Amava particolarmente gli assist.

«Piacevano anche a me, prima che Spalletti mi facesse giocare centravanti li trovavo più importanti dei gol».

Qual è il compagno che hai amato di più?

«Quello col quale mi sono trovato meglio è Cassano. Soprattutto in campo. E poi Vincent (Candela, nda). Con Antonio di tanto in tanto ci frequentavamo anche fuori ed è rimasto amico nel tempo. Io e Vincent siamo praticamente cresciuti insieme. Quando arrivò dal Guingamp era molto stranito, non conosceva Roma, parlava solo francese. Diciamo che l’ho accudito».

Non eri un leader dello spogliatoio, si dice, ma di soluzioni.

«Sono del parere che quello che conta sia il campo. Fuori sono tutti bravi a parlare o, prima della partita, a incitare il gruppo. Perché non fai questo, perché non fai quello. Ma io devo andare a giocare a pallone, ho una partita di novanta minuti, entro in campo e mi voglio divertire. Devi saperlo tu cosa fare. Se sei un calciatore professionista non hai bisogno dei miei suggerimenti, di una spinta».

Divertimento è una parola che ricorre spesso nelle tue risposte.

«Prima di entrare in campo vedevi chi con le cuffie, chi sotto fasciatura, chi al massaggio. Io stavo lì al bar, prendevo il caffè e mi mettevo a chiacchierare venti minuti con chi c’era, poi facevo il riscaldamento. Non ho mai avvertito la tensione, mi dicevano “come fai?”. Boh, non lo so. Mi sentivo tranquillo».

Cos’hanno capito di te i romanisti che agli altri è sfuggito? Anche oggi la tua popolarità è inattaccabile.

«Da quando ho smesso è addirittura aumentata. Forse perché sono nato, cresciuto e morto con un’unica maglia. Quando si chiudono venticinque anni di storia sei morto e invece qui a Roma, per tutti, sono vivo, vivissimo. È la scelta che ho fatto, l’amore che ho dato alla gente e come mi sono sempre posto con gli altri». 

  Se non avessi partecipato al Mondiale 2006 non saresti stato un campione risolto.

«E non avrebbero vinto».

Il rigore con l’Australia, certo.

«Se avessi vinto solo uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe e una Scarpa d’oro sarei rimasto, come dicono a Roma, confinato dentro il raccordo anulare. E invece no, anche perché vincere un Mondiale non è da tutti. L’ho vinto, l’abbiamo vinto, però in quel Mondiale ero, tra virgolette, menomato. Al 40, 50 per cento».

Vito Scala: hai trovato una guida, un amico, un confidente e molto altro.

«Vito è stato, è e sarà sempre un fratello maggiore. Mi ha custodito, protetto, mi ha insegnato a attraversare questo mondo. Mi ha fatto pensare solo al rettangolo verde, al resto provvedeva lui».

Anche quando facevi dei danni.

«Anche, Vito è una persona troppo intelligente, troppo sveglia. Non dorme la notte per fregarti la mattina dopo, capito? Anticipava tutti, soprattutto i rischi».

Un’altra figura importante è tuo fratello Riccardo.

«Un fratello molto presente nella mia vita. E sempre dietro, mai di lato. Caratterialmente mi somiglia tanto. Se casca un palazzo lui si sposta».

Mi sembra il minimo.

«È un ragazzo umile, riservato. Se lo conoscessi bene lo vorresti come fratello».

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