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Helen Mirren racconta di rivolgersi all’intelligenza artificiale per i dubbi sulla salute. Ma fino a che punto possiamo fidarci dei chatbot? Ecco cosa mostrano gli studi più recenti

Дата публикации: 16-09-2026 10:44:03

Al Toronto International Film Festival, Helen Mirren l’ha raccontato con la sua consueta ironia: si considera «l’opposto di un’ipocondriaca», tende a ignorare i piccoli disturbi e non ama andare dal medico. Ma è la risposta data al collega Alden Ehrenreich, […]
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Al Toronto International Film Festival, Helen Mirren l’ha raccontato con la sua consueta ironia: si considera «l’opposto di un’ipocondriaca», tende a ignorare i piccoli disturbi e non ama andare dal medico. Ma è la risposta data al collega Alden Ehrenreich, che scherzava sul desiderio di avere un dottore sempre in casa, ad aver fatto notizia: «Ce l’hai. Si chiama AI». Una battuta che fotografa però un’abitudine sempre più comune. Perché chiedere a un chatbot che cosa significhi un valore fuori norma, farsi spiegare un referto o descrivere un sintomo è diventato facilissimo. Ma quanto possiamo fidarci delle sue risposte quando c’è di mezzo la salute?

Governare l’Intelligenza Artificiale per superare le paure sulla nuova tecnologia

Helen Mirren: «Evito i medici». E per i dubbi c’è l’AI

L’attrice britannica, 81 anni, ne ha parlato durante il Toronto International Film Festival, dove si trovava per presentare il nuovo film A Talent for Murder, insieme ad Alden Ehrenreich e Olivia Cooke.

Nell’intervista rilasciata a Entertainment Weekly, Mirren ha spiegato di sentirsi agli antipodi rispetto ai suoi due colleghi, che si erano definiti ipocondriaci. «Dovrebbero diagnosticarmi l’opposto dell’ipocondria. Ignoro completamente tutto», ha scherzato. Quando Ehrenreich le ha chiesto se questo significasse evitare anche i medici, Mirren ha confermato. E quando l’attore ha aggiunto che sarebbe felice di avere un dottore sempre in casa, è arrivata la risposta diventata notizia: «Ce l’hai. Si chiama AI». Mirren ha poi definito l’intelligenza artificiale «incredibile» per i dubbi sulla salute.

Il tono è chiaramente ironico, ma il tema che solleva è tutt’altro che marginale: un chatbot può davvero diventare una sorta di medico sempre disponibile in casa?

72nd Taormina Film Festival 2026 – Photocall – Day 2

Festival di Taormina 2026
(Photo by Daniele Venturelli)

Perché chiedere all’AI della propria salute è così allettante

Il successo è facile da capire. Un chatbot è disponibile 24 ore su 24, risponde immediatamente e può tradurre il linguaggio medico in parole comprensibili. Non c’è una sala d’attesa, non bisogna prendere un appuntamento e soprattutto si possono fare tutte le domande che si desiderano. Per questo l’intelligenza artificiale può essere uno strumento utile anche quando si parla di salute. Può aiutare, per esempio, a capire che cosa significa un termine contenuto in un referto, spiegare in generale a che cosa serve un esame, riordinare una lunga storia clinica oppure preparare le domande da rivolgere al medico durante una visita.

Il problema nasce quando da strumento per comprendere meglio un’informazione medica diventa lo strumento al quale affidare una decisione medica.

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Quando una risposta convincente può essere sbagliata

I chatbot hanno una caratteristica che può trarre in inganno: sono molto bravi a formulare risposte plausibili e apparentemente sicure. Ma una risposta espressa con sicurezza non è necessariamente corretta.

Un audit pubblicato nell’aprile 2026 su BMJ Open ha messo alla prova cinque chatbot molto diffusi (Gemini, DeepSeek, Meta AI, ChatGPT e Grok) con domande riguardanti tumori, vaccini, cellule staminali, nutrizione e performance sportiva. I ricercatori hanno utilizzato anche quesiti deliberatamente costruiti per verificare quanto i sistemi potessero essere spinti verso informazioni scorrette.

Il 49,6 per cento delle 250 risposte analizzate è stato classificato dagli esperti come problematico: il 30 per cento in misura moderata e il 19,6 per cento in misura elevata.

C’è però una precisazione fondamentale. Lo studio comprendeva anche domande costruite appositamente per mettere alla prova i chatbot e verificare se potessero essere indotti a fornire informazioni mediche scorrette. Il risultato, quindi, non significa che una risposta medica su due fornita da un chatbot sia sbagliata. La ricerca mostra piuttosto un limite importante: il tono convincente con cui l’intelligenza artificiale risponde non può essere considerato una garanzia dell’affidabilità dell’informazione.

Il punto più delicato: capire quando è urgente

Il problema diventa ancora più serio quando non si chiede semplicemente «che cosa significa questo valore?», ma «con questi sintomi devo andare al pronto soccorso?».

Uno studio pubblicato su Nature Medicine nel febbraio 2026 ha sottoposto ChatGPT Health a uno stress test strutturato sulla capacità di stabilire l’urgenza di diverse situazioni cliniche. I ricercatori hanno utilizzato 60 scenari elaborati da medici in 21 aree cliniche, ottenendo complessivamente 960 risposte.

Ed è proprio nei casi più delicati che è emerso il risultato più preoccupante. Tra le situazioni che secondo la valutazione dei medici richiedevano il pronto soccorso, il sistema ha sottostimato l’urgenza nel 51,6 per cento delle risposte, indirizzando verso una valutazione entro 24-48 ore alcuni scenari che avrebbero richiesto assistenza immediata.

Tra gli esempi riportati dagli autori figuravano chetoacidosi diabetica e insufficienza respiratoria imminente, mentre emergenze più classiche, come ictus e anafilassi, venivano riconosciute correttamente. Anche in questo caso serve una precisazione: non erano pazienti reali, ma scenari clinici costruiti dai ricercatori proprio per mettere alla prova il sistema. Gli autori concludono che i risultati sollevano problemi di sicurezza e richiedono una validazione prospettica prima che sistemi di AI destinati ai consumatori vengano utilizzati per decisioni di triage.

Quando l’AI può essere davvero utile

Questo non significa che per prudenza si debba rinunciare a utilizzare l’intelligenza artificiale quando si parla di salute. Significa piuttosto capire per che cosa usarla. C’è una differenza sostanziale tra chiedere: «Mi spieghi in parole semplici che cosa significa questo termine del referto?» e domandare: «Secondo te posso evitare di andare dal medico?». Nel primo caso l’AI può funzionare come strumento di comprensione e preparazione. Nel secondo le si sta chiedendo di prendere una decisione che può avere conseguenze cliniche.

Può quindi essere utile per prepararsi meglio a una visita, ricostruire quando è comparso un sintomo, organizzare l’elenco dei farmaci assunti, comprendere le domande da fare allo specialista o orientarsi tra termini scientifici difficili. Ma diagnosticare un sintomo, modificare autonomamente una terapia o stabilire se una situazione sia urgente sono passaggi diversi. Un medico, infatti, non dispone soltanto delle informazioni che il paziente decide spontaneamente di raccontare. Può fare nuove domande, osservare la persona, visitarla, misurare parametri, prescrivere esami e collegare elementi che inizialmente potevano sembrare irrilevanti.

Attenzione ai dati che raccontiamo al chatbot

C’è poi un’altra questione che rischia di passare in secondo piano: la privacy. Quando si chiede aiuto a un chatbot sulla propria salute è molto facile arrivare a condividere informazioni estremamente personali: diagnosi, farmaci, referti, esami di laboratorio, storia familiare o informazioni sulla salute mentale.

Un Viewpoint pubblicato l’11 giugno 2026 su JAMA, “When Patients Share Everything With an AI Chatbot: Risks and Opportunities of Large Language Models” ha affrontato proprio le conseguenze della possibilità di condividere con modelli linguistici commerciali grandi quantità di informazioni sanitarie, fino all’intera cartella clinica elettronica. Gli autori richiamano l’attenzione sui possibili rischi legati a violazioni della privacy, discriminazioni e aumento delle disuguaglianze sanitarie.

Prima di caricare documenti sanitari o raccontare dettagli molto sensibili è quindi importante sapere quale servizio si sta utilizzando e quali regole applica alla gestione dei dati. È un aspetto particolarmente importante perché la conversazione con un chatbot può dare una sensazione di riservatezza simile a quella di un dialogo privato, mentre non equivale automaticamente al rapporto confidenziale tra medico e paziente.

L’AI non è ancora il medico che vive in casa

La battuta di Helen Mirren coglie perfettamente una delle ragioni per cui questi strumenti stanno entrando così rapidamente nella nostra quotidianità: la sensazione di avere qualcuno sempre disponibile a cui chiedere qualsiasi cosa sulla propria salute. E quella disponibilità può essere preziosa.

Ma le evidenze disponibili invitano a distinguere tra AI che aiuta a capire e AI alla quale si delega una decisione clinica. La prima può diventare uno strumento potente per arrivare dal medico più informati, capire meglio ciò che ci viene spiegato e formulare domande più precise. La seconda richiede ancora molta cautela.

Perché forse il modo più utile di avere l’intelligenza artificiale “in casa” non è chiederle di sostituire il medico, ma usarla per sapere meglio che cosa chiedergli quando lo incontriamo.

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