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Tim Cadogan (GoFundMe): "Vediamo crescere le raccolte per affitto, bollette e spesa"

Дата публикации: 19-09-2026 10:11:00

La salute è la categoria che raccoglie più fondi in tutti i venti Paesi in cui opera la piattaforma. In Italia oltre 70 mila campagne hanno mobilitato più di 200 milioni di euro dal 2018. Il CEO, inserito da Time tra le 100 persone più influenti al mondo, spiega a HuffPost perché l’aiuto dal basso può affiancare, ma non sostituire, la protezione pubblica

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Dal 2010 su GoFundMe sono stati raccolti oltre 40 miliardi di dollari, grazie a una comunità di più di 190 milioni di persone. In Italia, dove la piattaforma è attiva dal 2018, oltre 70 mila campagne hanno mobilitato più di 200 milioni di euro. La salute è la categoria che raccoglie più fondi, mentre crescono le raccolte destinate ad affitto, bollette e spesa. Tim Cadogan guida GoFundMe dal 2020 e nell’aprile 2025 è stato inserito da Time tra le 100 persone più influenti al mondo, nella categoria Innovators. In questa intervista a HuffPost respinge però l’idea di un welfare parallelo: il crowdfunding può mobilitare rapidamente la solidarietà di una comunità, ma non sostituire la protezione pubblica. Spiega quale ruolo spetti allo Stato, al terzo settore, alle piattaforme e ai cittadini, e racconta che cosa gli ha insegnato l’incendio di Eaton, che nel gennaio 2025 lo ha costretto a evacuare la propria casa ad Altadena.

L’anno scorso, durante l’incendio di Eaton in California, lei non era soltanto alla guida di GoFundMe: viveva nella comunità colpita. Che cosa le ha insegnato quell’esperienza su ciò che le persone possono offrire e che nessuna istituzione, da sola, riesce a garantire?

Di fronte a una grande catastrofe nessun soggetto basta da solo. Lo Stato interviene sulle infrastrutture e con gli aiuti pubblici. Le grandi organizzazioni umanitarie mettono in campo competenze specialistiche. Le reti personali, invece, possono far arrivare rapidamente denaro, cura e vicinanza. Dopo gli incendi di Los Angeles, in poche settimane sono stati mobilitati centinaia di milioni di dollari per migliaia di famiglie, ristoranti, piccole imprese, scuole e organizzazioni non profit. Quel sostegno è arrivato mentre molte persone aspettavano ancora gli indennizzi assicurativi e gli aiuti pubblici. Lo abbiamo visto anche in Italia dopo il ciclone Harry: a Linosa una raccolta ha sfiorato i 90 mila euro per contribuire a riparare imbarcazioni, abitazioni e attività. Il crowdfunding agisce soprattutto in quella prima fase, quando i bisogni sono immediati e gli interventi più strutturati non sono ancora arrivati. Li affianca, non li sostituisce.

È d’accordo con la definizione di “welfare costruito dalle persone”? Che cosa riesce a fare meglio delle istituzioni e che cosa, invece, non dovrebbe mai essere affidato alla sola generosità individuale?

Parlerei di una forma molto democratica di potere diffuso. Nella vita ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di aiuto e altri in cui siamo noi a poterlo offrire. La spinta ad aiutarsi è antica; la tecnologia non la crea, ma rende più semplice e rapido attivare una comunità attorno a un bisogno preciso. Un esempio italiano è quello dell’Atletica Lecco. Dopo il furto del pulmino e delle attrezzature per il salto con l’asta, la società ha raccolto diverse migliaia di euro, consentendo ai ragazzi di continuare ad allenarsi. È qui che l’iniziativa dal basso mostra il suo punto di forza: una necessità concreta e circoscritta, alla quale una comunità può rispondere direttamente. Diritti e servizi essenziali, però, non possono essere affidati alla generosità individuale. Una società forte deve garantire una rete pubblica di protezione, soprattutto alle persone più vulnerabili. Il confine è questo: le comunità possono mobilitarsi per necessità specifiche; la protezione di base deve restare una responsabilità pubblica.

In Italia, nonostante il Servizio sanitario nazionale, la salute è la categoria che mobilita più donazioni. Queste campagne stanno facendo emergere bisogni che il welfare tradizionale non riesce a intercettare?

La salute è al primo posto in tutti i venti Paesi in cui operiamo. Una malattia grave ci mette di fronte alla nostra vulnerabilità ed è uno dei momenti in cui amici e familiari sentono più forte il bisogno di intervenire. Dopo l’incendio di Crans-Montana, per esempio, alcune campagne hanno permesso ai genitori di assentarsi dal lavoro per restare accanto ai figli feriti. Altre volte il sistema sanitario non copre interamente un trattamento o uno strumento. In Italia, una raccolta ha aiutato Lisa, quattordicenne appassionata di scherma, ad accedere a un esoscheletro per la riabilitazione. Io stesso, con mia moglie, ho raccolto ottomila dollari per consentire a un amico di assumere qualcuno che lo sostituisse durante la convalescenza da un’operazione. Le cure erano coperte, la sua assenza dal lavoro no. È questo che le campagne rendono visibile: il costo di una malattia non si esaurisce nella terapia, ma investe il lavoro, la famiglia e la vita quotidiana.

Le oltre 70 mila campagne lanciate in Italia disegnano una sorta di mappa in tempo reale delle fragilità del Paese. Avete intenzione di condividere questi dati con le istituzioni?

Siamo sempre disponibili a farlo. In tutti i Paesi in cui operiamo vediamo crescere, per esempio, le raccolte destinate a bisogni essenziali come l’affitto, le bollette e la spesa, una tendenza legata all’inflazione e all’aumento del costo della vita. Nel luglio 2025, a Roma, abbiamo incontrato il sindaco Roberto Gualtieri insieme ad alcuni organizzatori di campagne. Abbiamo discusso le tendenze che emergono dalla piattaforma partendo dalle esperienze concrete di chi la utilizza. È il tipo di dialogo che vorremmo sviluppare anche con altre istituzioni.

Negli Stati Uniti, con il secondo mandato di Donald Trump sono state approvate nuove restrizioni a Medicaid e agli aiuti alimentari, mentre maggiori responsabilità vengono trasferite agli Stati. Il crowdfunding sta diventando il welfare parallelo dell’America trumpiana?

Il fenomeno non riguarda soltanto gli Usa. Dalla fine della pandemia vediamo crescere le raccolte legate al costo della vita anche nel Regno Unito, in Australia, Germania e Italia. Spesso servono ad affrontare una difficoltà circoscritta: pagare qualche mese di affitto tra un lavoro e l’altro o far fronte a bollette energetiche particolarmente alte. Non parlerei quindi di welfare parallelo. GoFundMe può aiutare una persona a superare un momento difficile, ma non deve assumere le funzioni della protezione sociale. Il suo ruolo è più circoscritto: permette ad amici e familiari di rispondere direttamente a un bisogno specifico. È una forma di sostegno personale, non una politica pubblica: c’è bisogno, sempre, di entrambe le cose.

Con disastri climatici sempre più frequenti, il crowdfunding sta diventando una componente stabile della risposta alle emergenze?

Direi che è diventato uno strumento ricorrente, ma non rappresenta la parte principale della nostra attività: le raccolte legate alle grandi crisi pesano meno del 10 per cento sul totale. Dopo le recenti alluvioni in Nepal, per esempio, persone di tutto il mondo hanno sostenuto organizzazioni come World Central Kitchen. GoFundMe non opera direttamente nel Paese, ma permette di mobilitare donazioni internazionali a favore delle realtà presenti sul territorio. Nei Paesi in cui la piattaforma è attiva, invece, una famiglia colpita da un’alluvione può aprire direttamente una raccolta e ricevere in pochi giorni il denaro necessario per trovare un alloggio, comprare cibo e vestiti. Il meccanismo cambia quindi a seconda del contesto: dove non operiamo, le donazioni passano attraverso le organizzazioni; dove siamo presenti, possono arrivare direttamente alle persone colpite.

Se potesse disegnare il modello ideale, che cosa dovrebbe garantire lo Stato, quale ruolo dovrebbe avere il terzo settore e quale spazio resterebbe alle piattaforme e ai cittadini?

Non credo che esista una ricetta perfetta, né un confine valido in ogni situazione. Ma ribadisco che una società forte deve assicurare una rete pubblica di protezione alle persone più vulnerabili. Lo Stato deve garantire i diritti fondamentali e intervenire sulle infrastrutture. Il terzo settore può offrire competenze specialistiche e una presenza radicata sul territorio. Le piattaforme hanno un ruolo più circoscritto: mettere in contatto un bisogno concreto con una rete di persone disposte a rispondere. Resta infine ciò che possono fare i cittadini: prendersi cura direttamente gli uni degli altri. Il nostro compito è rendere più semplice l’incontro tra chi chiede aiuto e chi vuole offrirlo.

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