In chi riposa male cresce l'orexina con un'azione negativa. Ma ci sono flussi elettrici con un'azione opposta. E potrebbero facilitare i ricordi. Per ora si è vista solo un'associazione
Si sa. Dormire poco e soprattutto male, con un riposo di bassa qualità, aumenta il rischio di sviluppare calo della funzione cognitiva e malattia di Alzheimer. Ma ora una ricerca mostra che il corpo potrebbe avere qualche contromisura, insita nei ritmi stessi del sonno. Partiamo dall'inizio. In chi dorme poco e male crescono i livelli di un neurotrasmettitore, l'orexina, fondamentale per regolare il riposo e l'appetito. E se si se si verifica una risalita di questa sostanza nei soggetti con malattia di Alzheimer aumentano i rischi di sviluppare deficit di memoria, difficoltà di pensiero, insomma quei fastidi legati alla “nebbia” della malattia neurodegenerativa che pervade il cervello. Ma attenzione: il corpo riuscirebbe a mettere in atto meccanismi protettivi che mirano a rendere resilienti le funzioni cerebrali e quindi a preservarsi per quanto possibile dalla neurodegenerazione.
Lo studio ha visto collaborare specialisti di diversi centri, coordinata da studiosi della Concordia University, è stato pubblicato su Neurology e ipotizza che specifiche onde cerebrali durante il sonno, i cosiddetti fusi del sonno sono associati alla protezione verso gli eccessi di orexina. Insomma, esisterebbe un'associazione tra i valori dello stesso neurotrasmettitore e i marcatori della malattia di Alzheimer. Attenzione: “lo studio mostra che nei pazienti con Alzheimer, livelli più elevati di orexina si associano a peggiori prestazioni cognitive – spiega Lino Nobili,Presidente dell'Accademia Italiana di Medicina del Sonno e docente all'Università di Genova presso l'Istituto Gaslini -. Una maggiore attività dei fusi del sonno e delle oscillazioni lente sembra attenuare questa relazione”.
Pazienti seguiti nel tempoLo studio ha monitorato i livelli di orexina nel liquido cerebrospinale di 60 adulti seguiti da esperti dell'Università di Lleida con malattia di Alzheimer da lieve a moderata per tre anni. I partecipanti hanno trascorso una notte in un centro specializzato dove sono stati sottoposti a registrazione dell'attività cerebrale tramite polisonnografia notturna. Inoltre la mattina seguente sono stati prelevati campioni di liquido cerebrospinale per misurare l'orexina e altri biomarcatori noti della malattia di Alzheimer. Sono state poi eseguite valutazioni cognitive e neuropsichiatriche a intervalli regolari nei tre anni successivi, consentendo ai ricercatori di esaminare come il sonno, la chimica cerebrale e il declino cognitivo si modificassero nel tempo. Risultato: oltre a confermare il ruolo nocivo degli eccessi del neurotrasmettitore, la ricerca ha però mostrato anche una contromisura “naturale”. Chi ha mostrato fusi del sonno durante le fasi non-REM ha evidenziato un minore declino cognitivo nel tempo rispetto a quelli con onde più deboli. Insomma: questa attività durante il sonno sembra fornire una resilienza naturale contro gli effetti negativi di livelli elevati di orexina sulla cognizione e sulla salute mentale.
Fusi del sonno ed orexinaI fusi del sonno (o sleep spindles) sono raffiche di attività elettrica del cervello. Aiutano a inibire gli stimoli esterni e i rumori, bloccando le informazioni non necessarie e favoriscono il trasferimento e l'organizzazione dei ricordi. I neuroni dell'orexina attivano i sistemi di neurotrasmettitori della veglia mantenendoci attivi e vigili durante il giorno. Non solo: questa sostanza regola anche l'appetito, il tono muscolare, la risposta allo stress e la frequenza cardiaca. In caso di carenza di orexina si può avere la narcolessia di tipo 1, con conseguente eccessiva sonnolenza diurna e perdita improvvisa del tono muscolare. Ma se c'è un eccesso di orexina si può avere un'iper-vigilanza notturna con difficoltà a riposare. Oggi agire sull''orexina tramite farmaci specifici consente di ridurre l'attivazione cerebrale e a favorire il sonno in caso d'insonnia.
Prospettive per la curaSecondo quanto riporta in una nota dell'Università Arsenio Paez, uno degli autori dello studio, “grazie a questi dati, possiamo osservare come il decorso della malattia di Alzheimer cambi nel tempo. L'Alzheimer è un processo molto lungo, quindi questo ci fornisce un quadro più chiaro di come le condizioni possano modificarsi nel tempo e ci permette di intervenire nelle diverse fasi della malattia”. Va detto che farmaci che bloccano l'orexina sono già utilizzati per il trattamento dell'insonnia e sono oggetto di studio come possibili terapie per la malattia di Alzheimer. Questo studio suggerisce che il monitoraggio dei fusi del sonno, delle oscillazioni lente e dei livelli di orexina potrebbe aiutare a misurare la progressione della malattia e a identificare i pazienti che potrebbero beneficiare di un trattamento specifico. Ma non bisogna preocrrere i tempi.
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