Per trovare un ospedale che curi i bambini meglio del Bambino Gesù di Roma bisogna attraversare l’oceano. A dirlo è la World’s Best Specialized Hospitals 2027, la classifica dei migliori ospedali per le specializzazioni, pubblicata dal settimanale americano Newsweek, insieme […]
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Per trovare un ospedale che curi i bambini meglio del Bambino Gesù di Roma bisogna attraversare l’oceano. A dirlo è la World’s Best Specialized Hospitals 2027, la classifica dei migliori ospedali per le specializzazioni, pubblicata dal settimanale americano Newsweek, insieme alla società di dati Statista che dice chiaramente che davanti all’ospedale romano ci sono soltanto Toronto, Boston e Filadelfia. Nessun ospedale pediatrico europeo è al suo livello. Ma non solo: per la ginecologia e l’ostetricia, a fare meglio del Policlinico Gemelli ci sono riusciti solo due ospedali americani, il Johns Hopkins di Baltimora e la Cleveland Clinic.
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La graduatoria indica dove, secondo i medici di mezzo mondo, ci si cura meglio e, delle tredici specialità esaminate, dalla cardiologia all’urologia, con la nefrologia entrata quest’anno per la prima volta, quattro hanno un ospedale italiano fra i primi dieci. Il Policlinico Gemelli di Roma è terzo al mondo per ostetricia e ginecologia, dietro soltanto a due ospedali americani. Il Bambino Gesù, quarto, ha guadagnato due posizioni rispetto all’anno scorso. L’Istituto neurologico Besta di Milano è ottavo in neurologia e undicesimo in neurochirurgia. L’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna è nono in ortopedia: un anno fa, secondo lo stesso istituto, era undicesimo. Poco sotto, a Milano, l’Istituto europeo di oncologia (IEO) è quattordicesimo per i tumori e il Centro cardiologico Monzino diciassettesimo per il cuore.
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A pesare di più è la reputazione, che vale ben l’83,5 per cento del punteggio totale. Come spiega la nota metodologica, tra maggio e giugno Newsweek e Statista hanno interpellato online medici e dirigenti sanitari, affidandosi in primo luogo al giudizio di chi la sanità la vive, la fa e la conosce dall’interno ogni giorno, con un vincolo ferreo: nessuno poteva votare la propria struttura. Il resto della valutazione poggia su basi oggettive, dalle certificazioni di qualità ai questionari con cui i pazienti raccontano le proprie condizioni dopo le cure.
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Tra le migliori strutture al mondo per specializzazione, i nostri istituti si distinguono per innovazione, professionalità e autorevolezza. (Getty Images)
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Allargando lo sguardo oltre i primi dieci, i nomi italiani aumentano. Il Gemelli compare in tutte e tredici le specialità. Il Gaslini di Genova è ventiseiesimo in pediatria, il Niguarda di Milano ventinovesimo in ostetricia e ginecologia, l’Azienda ospedale-università di Padova ventinovesima in urologia. Nella nefrologia, la specialità appena entrata in classifica, il primo italiano è il San Raffaele di Milano, al trentacinquesimo posto. L’unica nota stonata, di questa mappa è che, se si guardano i primi cinquanta di ogni specialità, i confini sono ben precisi: gli ospedali italiani stanno tutti a Roma o più a nord, da Pisa a Pesaro, da Padova a Bologna, fino a Genova e Milano. Nessuno si trova più a sud della capitale.
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Questo significa che, per chi vive nel Mezzogiorno e vuole raggiungere le eccellenze sanitarie, il suo percorso di cura si misura anche in chilometri da percorrere. Nel 2024, secondo il rapporto del ministero della Salute sui ricoveri ospedalieri, le persone ricoverate fuori dalla propria regione sono state 691.640, circa una su dieci. In Molise quasi un malato su tre si è fatto curare altrove, in Basilicata più di uno su quattro, in Calabria più di uno su cinque.
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Un grosso problema per chi deve partire, visto che di rado parte da solo. Un’indagine realizzata nel 2024 dall’istituto Emg Different, un’associazione che ospita malati e familiari vicino agli ospedali, ha stimato che negli ultimi tre anni circa un milione di abitanti del Sud e delle isole si sia spostato in un’altra regione per curarsi. Quasi sette su dieci sono andati nel Lazio o in Lombardia, cioè soprattutto a Roma e a Milano. Tre su quattro, avevano accanto un familiare, e sei su dieci hanno dovuto affrontare spese alte per viaggio e alloggio.
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Quanto alte, lo hanno calcolato le associazioni dei malati di tumore del pancreas, una delle malattie per cui ci si sposta di più: fra i 3.000 e i 5.000 euro a paziente, solo per trasferimenti e soggiorno, con ricoveri che durano in media dai dieci ai quindici giorni. Senza contare le visite prima e dopo l’intervento, che spesso significano altri viaggi. Per i bambini la strada è ancora più frequente. Secondo il rapporto di Uniamo, la federazione delle associazioni di persone con malattie rare, per curarsi una persona malata su cinque deve cambiare regione e la quota sale quasi a tre su dieci quando i malati sono minori. E c’è anche chi, pur volendo, non parte. E il motivo è proprio il costo.
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Se l’esodo sanitario è un problema in sé è globale, in Italia assume una fisionomia peculiare legata al divario territoriale e al fatto che la Sanità è affidata alle Regioni, una delle cause strutturali delle disuguaglianze nell’assistenza. Se da un lato, infatti, il sistema è nato con l’obiettivo di avvicinare le decisioni ai territori, valorizzando le specificità locali e premiando le amministrazioni più efficienti. Dall’altro, nei fatti, ha finito per creare una sanità a più velocità in Italia.
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Tornando alla classifica, la buona notizia generale è che nessuno dei quattro ospedali italiani della top ten ha perso posizioni. Il Besta è quello che ha fatto il salto più lungo: in neurologia era quattordicesimo, ora è ottavo. Il Rizzoli è passato dall’undicesimo al nono posto, entrando fra i primi dieci. Il Gemelli ha tenuto il terzo posto in ostetricia e ginecologia. E il Bambino Gesù, che un anno fa era sesto fra gli ospedali pediatrici, è salito al quarto. Una realtà d’eccellenza insomma, che, paradossalmente, però finisce per alimentare il divario: da un lato i poli d’avanguardia del Centro-Nord capaci di scalare le classifiche internazionali e di attrarre pazienti da ogni dove, dall’altro territori sempre più svuotati e incapaci di garantire risposte adeguate ai bisogni quotidiani, trasformando il diritto alla salute in un privilegio legato alla residenza.