Il caro energia non è più soltanto un problema di bollette. È diventato uno dei grandi problemi industriali italiani. Perché quando elettricità e gas costano stabilmente più che nei Paesi con i quali le nostre aziende competono, la conseguenza non si misura soltanto in qualche euro in più pagato dalle famiglie: significa margini più bassi […]
L'articolo Caro energia, il governo accelera su nucleare, trivelle e rinnovabili. Ma il centrosinistra resta diviso proviene da Scenari Economici.
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Il caro energia non è più soltanto un problema di bollette. È diventato uno dei grandi problemi industriali italiani. Perché quando elettricità e gas costano stabilmente più che nei Paesi con i quali le nostre aziende competono, la conseguenza non si misura soltanto in qualche euro in più pagato dalle famiglie: significa margini più bassi per le imprese, investimenti rinviati e, nei casi peggiori, produzioni trasferite altrove.
I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. Nel 2024, secondo Arera, il prezzo complessivo dell’elettricità per i clienti non domestici italiani risultava superiore di oltre il 24 per cento alla media dell’area euro, soprattutto per effetto di oneri, imposte e tasse. Un differenziale particolarmente pesante per carta, vetro, ceramica, acciaio, chimica, cemento, fonderie e per tutta la manifattura energivora.
Dietro questa anomalia c’è una debolezza che l’Italia si trascina da decenni. Il nostro sistema elettrico dipende ancora fortemente dal gas, in larga parte importato, mentre abbiamo rinunciato al nucleare, ridotto progressivamente la produzione nazionale di metano e accumulato ritardi su reti, accumuli e autorizzazioni. Nel frattempo abbiamo sviluppato le rinnovabili, ma senza costruire con la stessa velocità tutte le infrastrutture necessarie per utilizzarle al massimo.
È una contraddizione che Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, sintetizza in maniera molto semplice: «Se il prezzo è troppo alto, allora devi aumentare l’offerta, questo dobbiamo fare». Secondo Tabarelli, pensare di risolvere strutturalmente il problema attraverso un decreto sulle bollette è illusorio: «Abbassare i costi dell’energia in Italia è quasi impossibile nel breve termine». Il problema è proprio la struttura del sistema, fortemente esposta al gas importato e alle importazioni di elettricità.
E qui si arriva al punto. Per quarant’anni l’Italia ha discusso di energia dividendosi quasi sempre in tifoserie: nucleare contro rinnovabili, trivelle contro ambiente, infrastrutture contro paesaggio. Il risultato è che spesso abbiamo rinunciato a produrre in casa l’energia che poi siamo stati costretti ad acquistare all’estero.
Il primo pilastro di una strategia diversa non può che essere rappresentato dalle rinnovabili. Nel giugno 2026 hanno coperto il 47 per cento della domanda elettrica italiana. È un risultato importante, ma che mostra anche il problema successivo: il sole non produce di notte e il vento non soffia a comando. Installare nuovi gigawatt senza costruire contemporaneamente batterie, pompaggi, reti e sistemi di gestione della domanda rischia di non tradursi automaticamente in una riduzione equivalente dei costi.
Bisogna quindi accelerare sul fotovoltaico e sull’eolico, privilegiando tetti industriali, parcheggi, aree dismesse e repowering degli impianti esistenti, ma contemporaneamente investire nell’infrastruttura meno visibile della transizione: reti e accumuli.
Il secondo pilastro riguarda il gas. Nessuno sostiene realisticamente che l’Italia possa diventare autosufficiente, ma continuare a importare quasi tutto il combustibile mentre esistono giacimenti e infrastrutture nazionali utilizzabili pone almeno una questione economica. Tabarelli è ancora più esplicito: «È arrivato il momento di puntare sul gas a chilometro zero». E propone di utilizzare maggiormente i giacimenti dell’Adriatico, accompagnando questa scelta con diversificazione degli approvvigionamenti e sviluppo delle rinnovabili.
Produrre più gas nazionale non significherebbe automaticamente avere metano a prezzi inferiori a quelli europei. Significherebbe però ridurre una parte delle importazioni, generare royalties e investimenti in Italia e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti durante una transizione nella quale il gas continuerà comunque a essere necessario. È la stessa logica indicata dal dossier: utilizzare il gas nazionale come «assicurazione di transizione», non come alternativa alla decarbonizzazione.
Poi c’è il tema destinato a dividere maggiormente la politica: il nucleare. Non serve raccontare che una nuova centrale possa abbassare la bolletta del prossimo inverno. Serviranno anni per costruire norme, autorità, competenze, siti e filiera industriale. Ma proprio per questo la decisione deve essere presa adesso se si vuole che produca effetti negli anni Trenta e Quaranta.

Anche Chicco Testa, che nel 1987 fu tra i promotori dei referendum contro il nucleare e che da tempo ha cambiato posizione, sostiene oggi che la decarbonizzazione non possa prescindere dall’atomo. «Per raggiungere questo obiettivo c’è bisogno anche delle centrali nucleari», ha spiegato recentemente, mentre in un confronto pubblico di luglio ha sostenuto che senza nucleare la transizione energetica diventa impossibile.
L’esempio più vicino resta la Francia. Nel 2025 Parigi ha prodotto 373 TWh di elettricità nucleare e, sommando nucleare e rinnovabili, il 95,2 per cento della produzione elettrica metropolitana è arrivato da fonti a basse emissioni. Non significa che il modello francese sia replicabile integralmente in Italia: i nuovi reattori comportano costi elevati, tempi lunghi e problemi finanziari. Ma dimostra il valore economico e strategico di disporre di una grande fonte programmabile e decarbonizzata.
Tabarelli, anche su questo, non usa mezzi termini: «Abbiamo bisogno del nucleare. È l’unica fonte che non emette CO2 pur avendo una elevata intensità energetica». Per il presidente di Nomisma Energia la questione non è scegliere tra atomo e fonti verdi, ma costruire una produzione nazionale sufficientemente ampia e diversificata.
C’è infine un quarto fronte, meno spettacolare ma probabilmente decisivo nel breve periodo: cambiare il modo nel quale imprese e famiglie acquistano energia. PPA di lungo periodo, contratti per differenza, maggiore flessibilità dei consumi, revisione degli oneri e incentivi realmente legati all’efficienza possono ridurre la volatilità e trasferire ai consumatori una parte maggiore del vantaggio prodotto dalle fonti a basso costo. Per le Pmi, soprattutto, contratti aggregati e garanzie potrebbero rendere accessibili strumenti che oggi sono utilizzati prevalentemente dai grandi gruppi.
Il problema italiano, insomma, non è la mancanza di alternative. È avere rinviato troppo a lungo le scelte. Francia, Spagna, Germania e Regno Unito hanno adottato strategie differenti e commesso errori differenti, ma hanno mantenuto direzioni energetiche riconoscibili. L’Italia ha spesso cambiato strada prima ancora di averla costruita.
Nella situazione energetica italiana di lungo periodo c’è poi un problema tutto politico. Se il centrodestra sta progressivamente convergendo su un mix che comprende rinnovabili, gas nazionale e ritorno al nucleare di nuova generazione, nel centrosinistra le posizioni restano molto più difficili da conciliare. E proprio l’energia rischia di diventare uno dei punti sui quali il cosiddetto campo largo dovrà prima o poi chiarire quale modello intenda proporre al Paese.
A rendere il tema dell’energia sempre più politico c’è poi la distanza tra la strada imboccata dal governo e le divisioni che continuano ad attraversare le opposizioni. L’esecutivo Meloni sta infatti cercando di costruire una strategia basata non su una sola fonte, ma su un mix: accelerazione delle rinnovabili, maggiore sicurezza sul gas, ritorno del nucleare di nuova generazione e riduzione della dipendenza dall’estero anche per quelle materie prime critiche e terre rare senza le quali non esistono batterie, semiconduttori, turbine eoliche e gran parte delle tecnologie della transizione.

Sul nucleare il passo più concreto è arrivato il 4 giugno scorso, quando la Camera ha approvato il disegno di legge delega del governo sull’energia nucleare sostenibile, poi trasmesso al Senato. Il provvedimento punta a costruire nuovamente un quadro normativo italiano per la produzione di energia nucleare, comprese le tecnologie modulari e avanzate, con l’obiettivo dichiarato di contribuire alla sicurezza e all’indipendenza energetica, contenere i costi e aumentare la competitività del sistema produttivo. Non significa che domani mattina verrà accesa una nuova centrale: significa ricostruire oggi le condizioni normative, industriali e scientifiche per avere l’opzione nucleare nel mix energetico dei prossimi decenni.
Una scelta che ha immediatamente aperto lo scontro con le opposizioni. Nel dibattito parlamentare il Pd non ha negato la necessità di discutere del nucleare, ma ha contestato metodo, ampiezza della delega, costi, tempi, sicurezza e gestione delle scorie. Il Movimento 5 Stelle mantiene invece una posizione molto più nettamente contraria. Ed è proprio qui che emerge uno dei problemi politici del campo largo: costruire una politica energetica comune quando persino sul possibile ritorno dell’atomo convivono sensibilità molto differenti.
La stessa distanza emerge sul gas nazionale. Il governo ha riaperto l’iter di numerose concessioni per ricerca ed estrazione di idrocarburi e il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha più volte collegato la questione alla dipendenza energetica italiana dall’estero. La linea è quella di aumentare, dove tecnicamente ed ambientalmente possibile, la produzione nazionale e di rilanciare anche il meccanismo del “Gas release”, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Una scelta che ha prodotto proteste, soprattutto nei territori interessati: nel Polesine, ad esempio, il ritorno delle trivellazioni ha provocato opposizioni locali anche trasversali agli schieramenti.
È una questione sulla quale la contrapposizione politica rischia però di nascondere il problema di fondo: l’Italia continua ad avere bisogno di gas. Se si ritiene che il metano debba accompagnare ancora per alcuni anni la transizione, la domanda è se sia preferibile importarne quasi interamente il fabbisogno oppure produrne una parte maggiore sul territorio nazionale, naturalmente con limiti e controlli ambientali rigorosi. Anche perché, come sottolinea il dossier, produrre gas italiano non significa automaticamente venderlo a un prezzo inferiore a quello europeo, ma significa ridurre almeno parzialmente le importazioni, generare investimenti e royalties e aumentare la sicurezza del sistema.
Ma la parte forse meno conosciuta della strategia del governo riguarda le materie prime critiche. È un dossier sul quale il Mimit di Adolfo Urso sta investendo molto. Litio, cobalto, nichel, rame, gallio, terre rare: sono materiali indispensabili proprio per realizzare quella transizione verde e digitale che l’Europa considera prioritaria. Senza di essi non ci sono batterie, magneti permanenti, microchip, pannelli, turbine e tecnologie avanzate. E dipendere quasi completamente da Paesi extraeuropei significa sostituire alla vecchia dipendenza energetica una nuova dipendenza mineraria e tecnologica.
«Le materie prime critiche sono al centro della nuova competizione globale: senza approvvigionamenti sicuri non c’è autonomia industriale», ha spiegato Urso. Il ministro rivendica il lavoro svolto insieme a Pichetto Fratin per riportare il tema al centro della politica industriale, dalla nuova mappa mineraria italiana al Programma nazionale di esplorazione, fino ai progetti di estrazione, raffinazione e soprattutto riciclo. Per Urso questa è «la nuova frontiera della sovranità economica europea».
Non si tratta soltanto di dichiarazioni. A luglio è entrato nella fase operativa il Fondo nazionale del Made in Italy, con una dotazione complessiva di 900 milioni di euro destinata a rafforzare le filiere strategiche e la sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime critiche. Il governo sta inoltre sostenendo la candidatura italiana per ospitare uno dei primi hub europei di stoccaggio strategico, con Porto Marghera tra i siti al centro del progetto. La strategia indicata dal Mimit si muove lungo tre direttrici: stoccaggio, recupero e riciclo di materiali strategici e accordi con Paesi alleati produttori.

C’è poi il caso Portovesme, particolarmente significativo perché riporta il discorso proprio in Sardegna. Il Mimit punta a trasformare il polo del Sulcis in un centro strategico per riciclo e raffinazione delle materie prime critiche, sostenendo tra l’altro il progetto litio-black mass inserito tra quelli strategici europei del Critical Raw Materials Act. L’obiettivo dichiarato da Urso è evitare che batterie esauste, pannelli fotovoltaici e rifiuti industriali contenenti materiali preziosi vengano esportati fuori dall’Europa invece di essere recuperati e lavorati nel continente.
È anche su questo terreno che lo scontro con le opposizioni diventa interessante. Perché il problema non riguarda più soltanto l’essere favorevoli o contrari a una singola trivella, a una centrale o a un parco eolico. Riguarda quale modello industriale debba avere l’Italia nei prossimi trent’anni.
Il caso della Sardegna guidata dalla pentastellata Alessandra Todde rappresenta bene le contraddizioni. Il Movimento 5 Stelle mantiene una posizione fortemente critica sul nucleare e sulle trivellazioni, mentre sulle rinnovabili la giunta sarda sostiene di voler difendere il territorio dalla speculazione e privilegiare autoconsumo, comunità energetiche e aree già compromesse. Ma proprio la durezza delle limitazioni introdotte sui grandi impianti ha alimentato un lungo scontro politico e istituzionale. Il paradosso è che anche la transizione ecologica richiede infrastrutture, impianti e materie prime.
Il Pd mantiene invece una posizione più articolata. Sul nucleare non c’è più quella chiusura ideologica che caratterizzava parte del centrosinistra del passato, ma restano forti dubbi su costi, tempi e tecnologie. Sulle trivellazioni prevale una maggiore prudenza e sulle rinnovabili il partito chiede un’accelerazione molto più forte. Proprio esponenti democratici hanno accusato il governo di procedere troppo lentamente sull’eolico e sul fotovoltaico e di rinviare al futuro la soluzione nucleare.
Ed è qui che emerge la vera differenza politica. Il governo sta cercando di costruire una linea fondata sulla neutralità tecnologica: non scegliere una sola fonte, ma combinare rinnovabili, gas, accumuli, reti, nucleare e sicurezza delle materie prime. Una strategia che può naturalmente essere contestata nei singoli elementi, e che incontra opposizioni anche nei territori amministrati dal centrodestra, come dimostra il caso delle trivelle in Veneto. Ma ha almeno l’ambizione di affrontare contemporaneamente costo dell’energia, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività industriale.
Il centrosinistra deve invece ancora dimostrare di poter trasformare sensibilità molto diverse in una strategia comune. Perché essere contrari al nucleare, frenare sulle trivellazioni e contemporaneamente opporsi sul territorio a una parte degli impianti rinnovabili rischia di lasciare senza risposta la domanda fondamentale: da dove dovrà arrivare l’energia abbondante, stabile e a prezzi competitivi necessaria alla seconda manifattura d’Europa?
È questa, più ancora della battaglia tra fossili e rinnovabili, la questione destinata a dominare i prossimi anni. La transizione energetica non si realizza soltanto fissando obiettivi climatici: bisogna costruire centrali, reti, batterie, elettrodotti, rigassificatori e impianti; reperire litio, rame e terre rare; decidere dove produrre e dove investire. In altre parole bisogna scegliere.
Ed è probabilmente questa la scommessa più importante del governo Meloni e del Mimit di Urso: trasformare la sicurezza energetica e quella delle materie prime in una componente della politica industriale nazionale. Perché la vera autonomia non consiste nel dire no all’energia degli altri, ma nel tornare ad avere la capacità di produrre, trasformare e controllare almeno una parte maggiore dell’energia e delle risorse strategiche di cui il Paese ha bisogno.
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