A vederlo da vicino sembra un albero che ha rinunciato a lottare: il tronco di oltre due metri di circonferenza adagiato a terra, parallelo al suolo, tra l’erba dell’ex caserma Di Cocco a Pescara. Invece quel pino d’Aleppo, caduto anni […]
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Dall'esemplare sdraiato a Pescara alle querce secolari dell'Appennino, il Ministero dell'Agricoltura aggiorna l'elenco dei monumenti botanici e svela le sue icone
A vederlo da vicino sembra un albero che ha rinunciato a lottare: il tronco di oltre due metri di circonferenza adagiato a terra, parallelo al suolo, tra l’erba dell’ex caserma Di Cocco a Pescara. Invece quel pino d’Aleppo, caduto anni fa per un cedimento del terreno, non è mai morto. Ha semplicemente cambiato direzione, continuando a crescere in orizzontale. E adesso, quest’opera d’arte involontaria della natura è diventata ufficialmente parte degli alberi monumentali, entrando in un club esclusivo che si è appena allargato con 82 nuovi ingressi, tutti tra Abruzzo, Umbria e Puglia.

Con questo aggiornamento, la mappa dei giganti verdi curata dal Ministero dell’agricoltura, sfiora oggi quota cinquemila schede, arrivando a proteggere più di diciassettemila alberi in tutta la penisola. Dietro ogni nuova iscrizione si nasconde un dettaglio che intreccia la botanica alla cultura dei luoghi. Nel comune di Monte Sant’Angelo, in Puglia, per esempio, sopravvive un gigante da oltre tre metri di circonferenza. È un tasso, la pianta che un tempo veniva definita “albero della morte” per via della forte tossicità di quasi ogni sua parte. Intorno ai suoi rami è nata persino la leggenda popolare secondo cui chiunque si addormentasse alla sua ombra non si sarebbe più risvegliato.
La quercia che ingannò il diavoloA Nottoria, invece, in frazione di Norcia, si incontra una roverella con un tronco imponente di cinque metri. Una storia locale racconta di un patto in cui il diavolo chiese a Dio di poter governare sulla Terra durante i mesi in cui i boschi restavano spogli. La quercia, per impedirlo, mantenne le sue foglie secche attaccate ai rami per tutto l’inverno, lasciandole cadere solo a primavera inoltrata quando le nuove gemme erano già spuntate.
Il pino d’Aleppo di Pescara nell’ex caserma Di Cocco è una new entry. (Foto Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio ETS
Tra i capolavori già custoditi nel Registro e richiamati come simboli nazionali spiccano la Quercia delle Streghe a Gragnano, frazione del comune lucchese di Capannori, esemplare imponente di farnia, spesso scambiato per una roverella, che non cresce soltanto in altezza, ma si espande in senso orizzontale. Si racconta che, sotto questa cupola di rami ritorti e contorti, Carlo Collodi trovò l’ispirazione per la stesura di Pinocchio, e il leggendario Olivastro di Luras, in Sardegna, considerato con i suoi tremila anni d’età l’albero più antico del Paese. Noto come S’Ozzastru, ha un aspetto scultoreo: il suo tronco presenta una circonferenza monumentale di circa dodici metri alla base, mentre la chioma rimane verde e folta, sorretta da rami giganteschi che testimoniano oltre tremila anni di vita contadina e storia mediterranea.
Come si tutela il patrimonio arboreoLa sensibilità verso questi monumenti viventi è nata nel 1982 con il primo censimento promosso dall’allora Corpo forestale dello Stato, oggi integrato nell’Arma dei Carabinieri. L’elenco vero e proprio ha però visto la luce solo nel dicembre del 2017 con le prime 2.400 segnalazioni, avviando un lavoro di revisione continua. Per entrare nel registro non importa se la pianta sia autoctona, cioè originaria del posto, oppure sia stata piantata dall’uomo in un secondo momento. Ciò che conta sono la rarità della specie, la longevità eccezionale, la maestosità delle forme o il legame profondo con la memoria e le tradizioni di un territorio. È un percorso che parte sempre dal basso: i Comuni scovano e segnalano le piante, le Regioni verificano le schede sul campo e, infine, il Ministero formalizza l’ingresso ufficiale nella mappa dei tesori naturali italiani.
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