Otto donne in un mese e mezzo. Da luglio ad oggi, otto storie diverse, finite tutte in un unico, tragico, modo: uccise tutte dalla violenza di chi diceva di amarle. Mentre le cronache registrano questa inaccettabile scia di sangue, dall’Europa […]
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L'Organizzazione mondiale della sanità evidenzia come la violenza tra le mura di casa uccida più delle complicazioni legate alla gravidanza, mettendo in luce i limiti delle tutele sanitarie e delle definizioni penali
Otto donne in un mese e mezzo. Da luglio ad oggi, otto storie diverse, finite tutte in un unico, tragico, modo: uccise tutte dalla violenza di chi diceva di amarle. Mentre le cronache registrano questa inaccettabile scia di sangue, dall’Europa arriva una voce che sposta l’attenzione su uno scenario più ampio. Un recente rapporto dell’Oms, “More than a mother“ (“Più di una madre”), mostra una realtà sconcertante: oggi la violenza di genere uccide più donne di quante ne muoiano per parto.

Mettere a confronto le morti per parto e i femminicidi può sembrare un accostamento azzardato, ma l’Oms, invece, lo individua come il cuore del problema. Per decenni, le politiche pubbliche e i sistemi sanitari hanno tutelato e monitorato la salute femminile quasi solo durante la finestra della fertilità. La donna è stata vista come una priorità soprattutto nel suo ruolo di madre o di potenziale generatrice di vita. Il rovescio della medaglia è che, al di fuori degli anni della riproduzione, la tutela medica e sociale diminuisce drasticamente.
L’invisibilità prima e dopo gli anni fertiliLe istituzioni, sostiene il report, finiscono così per diventare cieche di fronte alle altre minacce. Si investe per far sì che una donna non muoia dando alla luce un figlio, ma si fa poco per proteggerla da chi la maltratta prima o dopo quel periodo. La violenza, oltretutto, non rispetta le fasce d’età: colpisce a vent’anni come a sessanta, ma quando non riguarda una donna in attesa o in gravidanza rischia di rimanere nell’ombra. Le aggressioni ai danni di donne adulte o anziane restano spesso sommerse per paura, isolamento o per la mancanza di reti di ascolto dedicate.
Il confronto tra i rischi della gravidanza e i reati di sangue svela una cecità sistemica verso le donne. (Getty Images)
Questa visione parziale, purtroppo, dice ancora l’Oms, produce conseguenze concrete anche sui dati sanitari. Superati i 45 anni, la causa di morte di una donna ha il 14% di probabilità in più rispetto a quella di un uomo di essere archiviata nei database ufficiali sotto diciture generiche o indefinite, come “arresto cardiaco” o “fragilità”. Non si tratta di una pura questione di burocrazia.
Quando la medicina non vede la vita intera delle donneClassificare male o in modo generico le patologie e i decessi femminili significa condannare le donne a diagnosi tardive, escluderle dalle ricerche scientifiche e azzerare ogni possibilità di prevenzione. Se la medicina e le istituzioni non vedono la donna nella sua interezza lungo tutto l’arco dell’esistenza, non possono nemmeno intercettare i segnali di rischio, siano essi legati a una malattia o a un contesto di violenza.
Il reato di femminicidio e il rigore della leggeIn Italia, la risposta istituzionale alla scia di sangue si è concentrata quasi esclusivamente sul piano penale, generando però un inatteso corto circuito tra le intenzioni della legge e la sua applicazione pratica. A metà dicembre del 2025 è entrato in vigore l’articolo 577-bis del Codice penale, che ha introdotto formalmente il reato di femminicidio punibile con l’ergastolo. Sulla carta l’obiettivo della norma è chiarissimo: punire con la massima severità l’uccisione di una donna quando nasce da odio, discriminazione, volontà di possesso o dal rifiuto della vittima di continuare una relazione. Nel lavoro quotidiano delle procure, tuttavia, questa griglia così rigida sta producendo un effetto diverso da quello sperato.
I grandi dubbi degli espertiMagistrati, giuristi e centri antiviolenza hanno espresso, infatti, una forte preoccupazione: dimostrare subito il movente del possesso o dell’odio, sostengono, è difficilissimo nelle prime fasi di un’indagine. Così i pm, per evitare che le accuse cadano in aula, nel dubbio iscrivono l’indagine come omicidio comune. Applicando, quindi, i paletti rigorosi del nuovo articolo 577-bis, è successo che gli omicidi con vittime femminili sono scesi da 54 a 34 e di questi solo otto sono stati classificati ufficialmente come “femminicidi”. Gli altri 26 decessi sono stati registrati sotto la voce di omicidio volontario comune, anche se nella maggior parte dei casi l’assassino era un familiare o un ex compagno.
Oltre i cavilli penali per salvare le donneIl rischio denunciato dagli operatori sul campo è la creazione di un’illusione ottica: statistiche che mostrano un drastico calo formale dei femminicidi a fronte di una realtà in cui le donne continuano a morire per mano di chi le voleva controllare. Bene dunque la legge, ma finché la tutela femminile verrà misurata solo attraverso la lente della maternità o dentro i margini stretti di una cavillo penale, la prevenzione rischierà sempre di arrivare quando è ormai troppo tardi.
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