Donne | Mentre l’Italia scende a 355 mila nascite, un congresso accreditato dedica oltre quattro ore a gravidanza e allattamento nella comunità trans. Curare tutte e tutti è doveroso. Riscrivere la realtà è un’altra cosa. C’è qualcosa di profondamente distopico nel titolo scelto per una delle sessioni del secondo congresso nazionale dell’Associazione italiana di ostetricia, […]
Mentre l’Italia scende a 355 mila nascite, un congresso accreditato dedica oltre quattro ore a gravidanza e allattamento nella comunità trans. Curare tutte e tutti è doveroso. Riscrivere la realtà è un’altra cosa.
C’è qualcosa di profondamente distopico nel titolo scelto per una delle sessioni del secondo congresso nazionale dell’Associazione italiana di ostetricia, in programma a Riccione il 3 e 4 ottobre: «Se a partorire non è una madre».
Non è la polemica politica che si è accesa intorno all’iniziativa a interessarci. Il problema è sostanziale e merita di essere affrontato senza slogan. Nessuna persona transgender deve essere discriminata o lasciata senza assistenza. Se un uomo trans, che conserva l’apparato riproduttivo femminile, interrompe l’assunzione di testosterone, può tornare fertile, affrontare una gravidanza e partorire. In quel momento deve trovare professioniste e professionisti preparati, capaci di curarlo con competenza e rispetto. Su questo non dovrebbe esserci discussione.
Ma una cosa è garantire un’assistenza adeguata a ogni persona; un’altra è pretendere che, per farlo, la medicina rinunci alle parole che descrivono la realtà.
Un uomo trans può partorire perché il suo corpo conserva la capacità riproduttiva femminile. La sua identità di genere non modifica il sesso degli organi che rendono possibile la gravidanza. Nel rapporto personale si potrà naturalmente rispettare il nome e il modo in cui quella persona desidera essere chiamata. Ma da questa doverosa attenzione non discende che la madre debba scomparire dal linguaggio scientifico e sanitario.
Chi partorisce è la madre biologica del neonato. «Madre» non è soltanto un’identità soggettiva: è anche una parola che nomina un fatto corporeo, una relazione e una responsabilità. Non si comprende perché il rispetto dovuto a una minoranza debba comportare la cancellazione della parola che descrive l’esperienza della stragrande maggioranza delle persone che mettono al mondo un figlio.
Il programma ufficiale del congresso parla di «persone con utero», «uomini transgender», «persone non binary», linguaggio neutro, pronomi, famiglie poliamorose, gravidanza e allattamento nella comunità trans. La mattina del 3 ottobre è quasi interamente dedicata all’«affermazione di genere»; il giorno successivo è prevista un’altra relazione sull’assistenza al travaglio, al parto e all’allattamento nelle coppie Lgbtqia+. Complessivamente, più di quattro ore delle quindici accreditate riguardano questi argomenti.
Il riferimento all’allattamento nella comunità trans potrebbe però spingersi oltre gli uomini trans che hanno partorito. La letteratura scientifica descrive anche alcuni casi di lattazione indotta in donne trans, cioè persone di sesso maschile che non possono vivere una gravidanza ma nelle quali si tenta di provocare la produzione di latte attraverso estrogeni, progesterone, farmaci che aumentano la prolattina e una prolungata stimolazione con il tiralatte. Il primo caso documentato risale al 2018, ma ancora oggi si dispone soltanto di pochi casi clinici e l’Academy of Breastfeeding Medicine non raccomanda un protocollo farmacologico specifico perché mancano studi di qualità. Anche i dati sulla composizione del latte e sulla sicurezza a lungo termine per il neonato sono insufficienti. In Italia, inoltre, il domperidone impiegato in molti di questi tentativi non è autorizzato per indurre la lattazione ed è sottoposto a forti limitazioni a causa del rischio di gravi effetti cardiaci. Qui la questione non riguarda soltanto il desiderio dell’adulto: riguarda le garanzie scientifiche e il principio di precauzione dovuti a un bambino appena nato.
Va precisato che i 10,5 crediti Ecm vengono assegnati all’intero congresso, che comprende anche sessioni cliniche sul pavimento pelvico, sulla lattogenesi, sulla posizione del feto e sul recupero dopo il parto. L’iscrizione è a pagamento e costa, a seconda della data e dell’appartenenza all’Aio, da 146,40 a 219,60 euro, ai quali si aggiungono viaggio e pernottamento. Non risulta un finanziamento pubblico diretto. Resta però una domanda sulle priorità. Tempo, denaro, energie professionali e crediti formativi vengono investiti per presentare questi temi come una «nuova frontiera» dell’ostetricia. Il fatto che il congresso sia andato rapidamente esaurito, come sottolinea la presidente onoraria dell’Aio Antonella Marchi, dimostra l’interesse suscitato dall’argomento, non necessariamente la sua rilevanza rispetto alle principali emergenze della salute materna e riproduttiva.
L’Italia attraversa la più grave crisi demografica della sua storia repubblicana. Nel 2025 sono nati appena 355 mila bambini, il 3,9 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14 e il saldo naturale è stato negativo per circa 296 mila persone. Nei primi tre mesi del 2026 le nascite sono diminuite di un ulteriore 2,4 per cento. Sono i dati dell’Istat. Eppure nel programma di un congresso intitolato «Genere, generi, generazioni» non compaiono mai le parole «denatalità» o «natalità».
Milioni di donne rinviano o rinunciano alla maternità a causa della precarietà lavorativa, del costo delle abitazioni, della carenza di servizi, della difficoltà di conciliare lavoro e cura. L’età media al parto è salita a 32,7 anni. Molte madri vengono lasciate sole dopo la nascita di un figlio, faticano a trovare sostegno per l’allattamento, assistenza psicologica, consultori accessibili e servizi per l’infanzia. Questa dovrebbe essere la grande frontiera dell’ostetricia italiana.
Vito Trojano, presidente di Sigo Ricerca e Comunicazione, ha affermato che la fertilità deve essere garantita a chiunque desideri avere figli, comprese le persone che affrontano un percorso di transizione. Informare sui rischi delle terapie e sulla possibilità di conservare la fertilità è certamente un compito della medicina. Ma colpisce che, mentre si lavora per rendere realizzabile ogni desiderio individuale di genitorialità, si dedichi così poca attenzione alle condizioni concrete che impediscono a tante donne di diventare madri o di avere il secondo figlio che vorrebbero.
Anche il problema dello screening Hpv per chi possiede un utero ma risulta uomo all’anagrafe è reale e va risolto. Ma occorre modificare le procedure amministrative, non cancellare le donne dal linguaggio della medicina. Si può aggiungere senza sostituire, includere senza rendere invisibile la maggioranza, rispettare l’identità individuale senza negare il sesso.
In un Paese che non fa più figli, oscurare proprio la parola «madre» non è un gesto neutro. La distopia non consiste nel fatto che una persona trans chieda cure e rispetto, che le sono dovuti. Comincia quando un’istituzione scientifica sembra non riuscire a includerla senza riscrivere la realtà di tutte le altre.