Giustizia | Il comunicato dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (AIMMF) arriva come una dura risposta alle interrogazioni parlamentari sul caso della bambina di Monteverde e alle dichiarazioni del ministro Carlo Nordio. I magistrati rivendicano giustamente l’autonomia della giurisdizione e denunciano il rischio di indebite ingerenze da parte della politica e […]
Il comunicato dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (AIMMF) arriva come una dura risposta alle interrogazioni parlamentari sul caso della bambina di Monteverde e alle dichiarazioni del ministro Carlo Nordio. I magistrati rivendicano giustamente l’autonomia della giurisdizione e denunciano il rischio di indebite ingerenze da parte della politica e persino della Garante per l’Infanzia. È un principio fondamentale dello Stato di diritto: le decisioni dei giudici non si discutono nelle piazze né si modificano sotto la pressione dell’opinione pubblica. Ma il comunicato lascia aperta una domanda cruciale.
L’AIMMF sostiene che il ministro disponesse già degli elementi necessari per valutare la vicenda e che il Tribunale avesse trasmesso una relazione completa. Tuttavia, secondo quanto si legge nello stesso comunicato, al Ministero sarebbero stati inviati soltanto la sentenza del Tribunale ordinario e i due provvedimenti del Tribunale per i minorenni. In questo caso, mancherebbe tutta la documentazione che ha portato a quelle decisioni. Parliamo delle relazioni degli educatori, della perizia medica che ha convinto il tribunale ordinario a collocare la minore presso la mamma a tutela della sua salute, le relazioni del centro antiviolenza, le registrazioni audio della bambina, gli atti relativi al procedimento penale contro il padre e di altri documenti depositati nel corso degli anni.
Il caso riguarda Stella, una bambina di sei anni affetta da una rara malattia genetica, allontanata dalla madre e collocata presso il padre a sorpresa al termine di una lunga e complessa vicenda giudiziaria. Le modalità dell’allontanamento, le valutazioni che hanno portato alla decisione e le dichiarazioni della minore, che avrebbe più volte espresso timore nei confronti del padre, hanno suscitato interrogazioni parlamentari, l’intervento della Garante per l’Infanzia e un ampio dibattito pubblico. L’uomo, tra l’altro, è rinviato a giudizio per lesioni nei confronti della donna.
Se questa ricostruzione fosse corretta, la questione cambierebbe radicalmente. Perché una cosa è conoscere le decisioni finali; altra cosa è poter esaminare il percorso che ha portato a quelle decisioni. Per questo la domanda oggi non dovrebbe essere se il Parlamento abbia il diritto di interrogare il Governo o se il ministro possa disporre approfondimenti. La domanda dovrebbe essere molto più semplice e concreta: quali documenti sono stati effettivamente trasmessi al Ministero della Giustizia? La trasparenza su questo punto sarebbe nell’interesse di tutti: della magistratura minorile, del Governo, della Garante per l’Infanzia e soprattutto della bambina al centro della vicenda.
Anche il passaggio dedicato alla Garante dell’Infanzia merita una riflessione. Il comunicato afferma che la sua funzione dovrebbe limitarsi alla segnalazione di situazioni non conosciute dall’autorità giudiziaria. Eppure la ragione stessa per cui esiste un’autorità Garante è vigilare sulla tutela effettiva dei diritti dei minori, soprattutto quando emergano situazioni che destano preoccupazione.
La legge istitutiva dell’ Autorità conferisce alla Garante non solo il diritto, ma anche (art. 3) il dovere di “prendere in esame, anche d’ufficio, situazioni generali e particolari delle quali è venuta a conoscenza in qualsiasi modo, in cui è possibile ravvisare la violazione, o il rischio di violazione, dei diritti delle persone di minore età, ivi comprese quelle riferibili ai mezzi di informazione, eventualmente segnalandole agli organismi a cui è attribuito il potere di controllo o di sanzione”
Quando un caso arriva in Parlamento, mobilita associazioni, professionisti, garanti e opinione pubblica, forse non siamo più soltanto di fronte a una controversia processuale. Siamo di fronte a una questione che riguarda la fiducia dei cittadini nelle istituzioni chiamate a proteggere i bambini.
Nessuno chiede che i giudici rinuncino alla loro indipendenza.
Ma l’indipendenza non può trasformarsi in autoreferenzialità. E il richiamo all’autonomia della giurisdizione non può sostituire la necessità di rispondere alle domande che questa vicenda continua a porre. La più importante resta ancora senza risposta: lo Stato ha davvero ascoltato fino in fondo la voce di questa bambina e di tanti altri bambini?