Minori | Quando Catherine Louise Birmingham ha chiesto ai suoi figli che cosa avrebbero voluto trovare nel libro che stava scrivendo, loro hanno risposto: «Mamma, metti il fatto che stiamo sempre insieme». Una frase semplice, quasi ovvia per tre bambini cresciuti ventiquattr’ore su ventiquattro con i propri genitori. Ma che oggi, dopo otto mesi di […]
Quando Catherine Louise Birmingham ha chiesto ai suoi figli che cosa avrebbero voluto trovare nel libro che stava scrivendo, loro hanno risposto: «Mamma, metti il fatto che stiamo sempre insieme». Una frase semplice, quasi ovvia per tre bambini cresciuti ventiquattr’ore su ventiquattro con i propri genitori. Ma che oggi, dopo otto mesi di separazione, assume un significato doloroso. Catherine si commuove mentre la pronuncia all’Istituto di terapia cognitivo interpersonale di Roma, diretto dallo psichiatra Tonino Cantelmi, che ha redatto la perizia di parte per i genitori. È seduta accanto al marito Nathan, durante la presentazione romana di La mia verità. Memorie e pensieri della mamma nel bosco, pubblicato da Solferino. Confessa di essere nervosa: la prossima settimana è attesa una decisione sul possibile ricongiungimento con i loro tre figli, una bambina di otto anni e due gemelli di sei, allontanati il 20 novembre scorso dalla casa in cui vivevano, in Abruzzo, e collocati in una struttura.
«I miei figli sono quelli che mi hanno insegnato la bellezza della vita», dice Catherine. E forse è proprio questo il cuore del libro: restituire un volto, una storia e un pensiero alla donna che per mesi è stata racchiusa nell’etichetta di «mamma nel bosco». Nata in Australia, Catherine ha vissuto in Germania, dove ha lavorato con i cavalli, poi in Giappone, Danimarca e Indonesia. A Bali ha incontrato Nathan. Insieme hanno attraversato Paesi e culture diverse prima di approdare in Abruzzo, dove hanno tentato di costruire una vita autosufficiente, lontana dal consumismo, dalla competizione e dalla fretta.
Il loro non è stato un ritiro improvvisato. È stato un progetto meditato, studiato, costruito negli anni. Una scelta radicale che può non piacere, che può apparire difficile o persino incomprensibile a chi vive secondo parametri completamente diversi. Ma la domanda posta dalla loro vicenda rimane: quanto può essere diversa una famiglia prima che quella diversità venga considerata pericolosa?
«Sembrava una fiaba dei fratelli Grimm», racconta la scrittrice Susanna Tamaro, ricordando le prime notizie sulla famiglia nel bosco. «C’erano tante cose che non mi tornavano. Perché tanto accanimento?». Anche la scrittrice vive da quarant’anni in campagna e conosce molti dei libri citati da Catherine. «Loro amano i propri bambini e hanno dedicato tutta la vita a costruire un mondo per i loro figli. Proporrei di affidare a Nathan e Catherine una cattedra di educazione».
La professoressa Anna Maria Giannini, ordinaria di Psicologia generale alla Sapienza, racconta di essere rimasta colpita fin dall’inizio dal dolore dei genitori e dall’«immenso amore» per i bambini. Leggendo il libro ha scoperto una donna capace di mettere insieme esperienze lontane, accomunate dal rispetto per gli esseri umani, gli animali e la natura. Persino raccogliere un uovo o procurarsi il cibo diventa, per i figli, un modo per comprendere che nulla è dovuto e che ogni cosa richiede cura.
«Avevo immaginato Catherine, ma quello che avevo immaginato era poco», ammette Giannini. Dietro la scelta di quei genitori non vede casualità o trascuratezza, ma studio, consapevolezza e «un progetto di vita straordinario», fondato sull’empatia, sul rispetto e sul non giudizio.
È proprio la rinuncia al giudizio uno dei fili più profondi del racconto di Catherine. L’umanità, spiega, ha costruito un mondo artificiale nel quale la ragione dell’esistenza passa continuamente attraverso la comparazione e la competizione. Lei e Nathan hanno voluto che i figli crescessero sapendo chi sono, senza misurare il proprio valore su quello degli altri.
«Ci ho messo trent’anni per capirlo», confessa. «Il primo passo è smettere di giudicare te stesso. Il modo migliore per guarire è attraverso la compassione e la comprensione. Non dobbiamo cambiare il mondo, ma noi stessi. Non dobbiamo giudicare gli altri e nemmeno noi stessi».
Nathan racconta di essere stato un imprenditore nel settore dei mobili. Poi ha cominciato a interrogarsi sulla deforestazione e sul prezzo ambientale del proprio lavoro. «Prima lavoravo in ufficio distruggendo la Terra perché vendevo mobili e poi andavo tre volte alla settimana in palestra», dice con una semplicità quasi disarmante. Oggi lavora la terra, conosce l’origine dell’acqua e del cibo e prova a produrre meno rifiuti.
«Non volevamo questa vita per i nostri figli. Volevamo crescere una nuova generazione nel rispetto della Madre Terra» spiega.
Non significa che tutto sia facile. Catherine lo interrompe sorridendo quando lui sembra presentare quel cambiamento come la cosa più naturale del mondo. Vivere senza bollette, senza fretta richiede fatica e rinunce. Ma, spiega lei, «la vita di prima era fatta di stress e paura; quella di oggi è fatta di amore, libertà e scelta».
Il loro modello, osserva Cantelmi, «ci mette in discussione»: è una forma avanzata di realtà neorurale, che comporta la rinuncia alla dipendenza dal denaro e dalla tecnologia. Lo psichiatra ha avuto modo di approfondire la loro storia e il progetto educativo sul quale hanno costruito la propria vita.
«Non siamo obbligati a condividerlo -dice -. Ma uno Stato libero dovrebbe tutelare il diritto di scegliere una strada diversa finché non sia dimostrato un pericolo concreto per i bambini».
Secondo l’avvocato Simone Pillon, che oggi assiste Catherine e Nathan. la vicenda della famiglia nel bosco potrebbe costringere il sistema della giustizia minorile a ripensare meccanismi «obsoleti», incapaci di cogliere la realtà e talvolta capaci di penalizzare proprio i bambini che dovrebbero proteggere. L’articolo 403 del Codice civile stabilisce che il collocamento in una casa famiglia debba essere una soluzione residuale, adottata quando non esistano alternative. Eppure, osserva Pillon, lo Stato può riconoscere una fattoria come luogo adatto ad accogliere scolaresche, facendosi pagare trenta euro per ogni visita, e poi considerarla inadeguata quando in quella stessa fattoria vivono dei bambini.
Il punto non è sostenere che la vita di Catherine e Nathan rappresenti l’unico modello educativo possibile. Il punto è domandarsi se una differenza rispetto alle nostre abitudini possa bastare a giustificare la misura più traumatica: spezzare la quotidianità di tre bambini, separarli dai genitori e portarli in una struttura.
«Le parole su questa vicenda le abbiamo quasi esaurite – ha detto la Garante Nazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza Marina Terragni che si è tanto spesa su questa vicenda recandosi anche a trovare i minori nella casa famiglia che tuttora li ospita – Eppure, anche nelle storie più dolorose può esserci qualcosa di buono. Può nascere una riflessione capace di cambiare le cose e di restituire fiducia a chi l’ha perduta». Alla fine Cantelmi legge un passaggio del libro: «Anche l’oscurità fa parte di un piano e di un disegno divino. Che cosa succede all’oscurità quando accendi la luce? Viene illuminata». La prossima settimana Catherine e Nathan sapranno forse se potranno tornare a vivere con i loro figli. Quei figli che, prima di ogni altra cosa, hanno chiesto alla madre di scrivere una verità piccola e immensa: «Noi stiamo sempre insieme».